Day 30 – My slice of heaven on earth

There where my roots are. And no, I’m not talking about my hair. I am talking about where my roots lie: namely in Italy. Southern Italy. One of the most amazing destinations: Apulia.

This place means a lot to me: it is where I can practice mindful breathing, and do it consciously. It is where my family originally comes from… I wish I had asked more questions of my grandmother and grandfather when they were alive. If I could go back in time, I would have told my teenage self to pay more attention to their narrations and anecdotes, their wisdom, and appreciate their presence in my life.

(I took this picture during my last holiday in August 2017 from the Basilica of Santa Maria “De finibus terrae”, which means “at the ends of the earth”. Also standing on this promontory with Santa Maria di Leuca is the famous lighthouse.)

Giorno 24 – Cosa faresti con 1 milione di euro?

Beh, dopo un infarto al miocardio e dopo essermi controllata la pressione arteriosa, farei tante cose:

… per prima cosa: non andrei più in ufficio. *pernacchia* *pernacchia* *pernacchia*

… farei il giro del mondo (sogno irrealizzabile di una vita) per poi tornare alla vita di prima solo più serena.

… comprerei un piccolo appartamento nel cuore di Londra.

… aiuterei la mia famiglia.

… farei felice gli amici togliendo loro qualche sfizio.

… farei beneficenza.

… magari attraverserei il paese nuda, vestita solo dei miei soldi e tacchi alti.

Adesso che ci penso, un’altra opzione sarebbe quella di comprarsi un villaggio turistico e rimanere lì in vacanza a vita… Oppure raggiungere Merlino ad Honolulu!

Non lo so, sono ancora indecisa.

Comunque, i confetti non sono per i somari; e quindi non ci pensiamo più e fammi andare a lavorare.

Vita da pendolare – la vendetta!

Ho appena finito di lavorare e sinceramente, dopo una giornata fatta di super-cazziatoni, gente frustrata e avvocati improvvisati per incutermi timore in non so quale modo (visto che non ho paura di parlare con persone più colte di me, anzi, magari imparo anche qualcosa, che é anche un po’ l’ora), diciamo che avevo assorbito la mia dose giornaliera di sparaballe ed esaurito quelle misere riserve di tolleranza e pazienza che mi trovavo nei meandri delle mie cellule.

In stazione, inutile dirlo, si aggirano gli individui più loschi e anche dei gran matti. Ma ormai sono avvezza a tutto ciò; sono 20 anni che non faccio altro che andare avanti e indietro con treni e tram vari. Ho fatto anche conoscenza con le mitiche poltroncine di finta pelle dei vecchi treni regionali. Quelli rossi e verdi, che quando d’estate ti sedevi al posto sbagliato, cioè dove il sole aveva baciato per ore le graziose seggioline, tu, che se nella malaugurata ipotesi avevi indosso un pantaloncino o una gonna, ti ritrovavi con una simpatica ustione di terzo grado alle gambe.

Quindi eccomi qui in stazione centrale, bella beata e aspettando la coincidenza per tornare a casa. E mentre pensavo a cosa fare per prima cosa appena sarei arrivata (buttarmi a peso morto sul letto o non buttarmi? Questo è il problema!), da destra appare uno di quei brutti ceffi. Ma brutto… Uno che non vorresti incontrare manco sotto il sole di ferragosto, figurati di sera, al freddo e al gelo, con le pal(l)e eoliche che ti girano perché stai per morire surgelata… Dunque, il gentiluomo col ciuffo che faceva provincia si avvicina e con dei modi da gran signore, mi fa: „BUON ANNO!“ – Euforico! Felice! Pallido! Un appartenente alla misteriosa e indefinita categoria nosologica della nevrastenia! Non so se ero più spaventata dal fatto che avrebbe potuto essere lui il cantante di „fammi crescere i denti davanti“, visto che contava un dente ogni quarto d’ora, o se mi arrecasse più fastidio il suo alito fetido da iena.

Abbastanza allibita dal suo augurio a scoppio assai ritardato (visto che a giorni saranno passate 3 settimane) balbetto sussurrando un: „eh, beh, anche a te“. Premetto: lo so che fissare la bava che gli stava uscendo dal lato della bocca e farfugliare sillabe a cacchio non sono i gran modi da Arcivescovo di Canterbury, ma spezzando una lancia in mio favore: penso che se gli avessero fatto un test del sangue, sarebbe stato già tanto se il sangue gliel’avessero trovato. Il tasso di alcolemia in quel tipo lì, non si sarebbe potuto manco lontanamente constatare con l’etilometro.

Insomma, per forza maggiore, e visto il gran casino che si trova in stazione a quell’ora lui non ha ben sentito, che io gli avevo anche un po’ risposto. Ed è per questo che con fare stizzito si rivolge ai suoi compari di merenda e gli fa: „Va a far del bene… Gli ho augurato buon anno a questa e manco mi risponde…“ E loro giù a ridere, Dio solo sa perché.

Non capitemi male: io avrei veramente voluto chiarire il malinteso, ma proprio in quel mentre, ecco accadere l’inevitabile: lui volge le spalle alla sua équipe, guarda me e…: mi spara uno di quei rutti, che il timpano mi é uscito fuori dalla tromba di Eustachio a chiedere pietà. Le orecchie ancora mi fanno Giacomo-Giacomo se ci penso e sinceramente mi è sembrato di sentire venir su le lasagne che ho mangiato alla mia prima comunione. Lasciatemelo dire: MINKIA! Una tromba del giudizio! Ma che cosa ti sei bevuto? La distilleria di Faenza? Ma sei umano? Quanti scarabei stercorari ti sei fatto fuori a colazione?

Non ci siamo più chariti.

In ufficio… Capitolo terzo

8 di mattina. Ci troviamo in un ufficio qualunque nella “north country” per eccellenza. Parlo della Svizzera, dove fa bel tempo 30 giorni l’anno… Poi la temperatura cambia vorticosamente da caldo Buenos Aires a freddo Reykjavík, e se ti azzardi a mettere fuori il naso senza cappello (per il naso), ti prendi la polmonite come la Clinton.

Sono arrivata da poco e mi trovo ancora in modalità merluzzo surgelato, pronta ad essere impanata e diventare un bastoncino findus, che mi accorgo indistintamente del buio pesto che regna in questo posto… Le tapparelle erano abbassate.

Già che in questo buco sperduto tra le Alpi è sempre un tantino grigio (leggermente, eh); al massimo varia da argento a bianco scuro o nero cromato. Quindi con ste veneziane sprangate, era tutto ancora più tetro, sinistro… Faceva molto casa Addams di notte… Senza candele… Con la veranda che dà sul cimitero. Sudavo freddo e non so perché mi é sembrato di vedere l’ologramma di Dario Argento. *buuuuuuh* – *risatasinistradabrivido*

Suppongo: Evidentemente le avvolgibili si saranno congelate durante la notte. Sfido; è ottobre inoltrato e siamo già a meno 13 gradi, quindi penso che fosse quasi pronosticabile. Una dopo l’altra arrivano le amatissime colleghe e tutte fanno la stessa domanda (fessa): “Ma come mai non alziamo le tapparelle?” Le più comunicative (quindi non io) fanno partecipe le ultime arrivate furbe e “perspicacissime”, dell’intoppo elettronico e una dopo l’altra si mette l’anima in pace: finché il buon patrono delle tapparelle elettroniche non ci manderà qualche raggio di sole a sciogliere le stalattiti, noi dovremmo lavorare al lume di candela… E qualche lampadina.

E poi. Arriva: Er mejo! Anche lui fa la domanda del giorno (e te pareva); la replica ormai arriva in coro. Ma lui – er mejo – ha questa simpatica caratteristica che lo eleva dalla plebe: non ci crede! Perché? Semplice: perché non é stato lui a metter mano! Ecco. Diciamo, che il suo scetticismo é un antico „marchio di fabbrica“.

Dunque si dirige verso il pannello di controllo e comincia la sua corazzata contro le tapparelle congelate, le quali chiaramente, non si lasciano intimorire dal suo ditino nervoso e rimangono immobili. Cioè, non ci pensano manco per l’anticamera a darsi na mossa.

Bene. Il signorino quindi, rassegnato, si dirige verso la sua postazione di combattimento ed espira un fierissimo “almeno ci provato”. E certo, menomale che sei arrivato tu! noi abbiamo provato a farle muovere solo con la forza del pensiero, pirla! *palmface*

 

Attenzione: Quanto narrato è opera di fantasia. (Quasi) Ogni riferimento a cose, persone o fatti realmente accaduti è puramente casuale. 

INDIEN: Feuerwerk an Eindrücken und Erlebnissen

Zugegeben: Gross vorbereitet habe ich mich vor meiner Reise nach Indien nicht… Somit wusste ich nicht wirklich, was mich erwarten würde. Dennoch war ich ziemlich unbesorgt, weil ich vor Ort einen Begleiter hatte, der sich um alles kümmern würde. Ja, und da sag ich nur: GOTT SEI DANK!

NEU DELHI.
Die Hauptstadt des Chaos.

Nun: vor knapp einem Monat landete ich in Delhi. Als ich vom Flughafen-Gebäude rauskam, erschlug mich diese Affenhitze. Dampfbadatmosphäre. Zum Glück wartete ein Auto bereits auf mich. Die Fahrt vom Flughafen zum Hotel hinterliess den ersten, intensiven Eindruck: Der Taxifahrer (der einen Aufpreis verlangte um die Klimaanlage anzumachen, den wir aber selbstverständlich nicht bezahlt haben) fuhr ziemlich zügig durch die Strassen der Hauptstadt Indiens. Dieser gewöhnungsbedürftige Verkehr. Ein Wort: Lebensgefährlich. Und dennoch… In den ganzen zwei Wochen habe ich keinen Unfall gesehen. Und obwohl Linksverkehr herrscht, hält man sich einfach nicht daran! Man überholt so, wie es am einfachsten geht, und man versucht dabei die Rikschas und Tucktucks nicht über den Haufen zu fahren. Diese haben sowieso immer das Gefühl schneller zu sein als der übrige Verkehr. Formel 1 Deluxe! Und selbstverständlich musst du besonders auf die gechillten (heiligen) Kühe Acht geben, die gemütlich mitten auf der Fahrbahn flanieren und die sich ebenfalls einen Dreck um die Verkehrsregeln scheren. Und es kommt noch schlimmer: Dieses wilde Gewirr wird von einem ständigen Hupen untermalt. Die hupen sich die Ohren voll vom Morgen bis am Abend… Und auch in der Nacht. Man wird sogar aufgefordert: „PLEASE HORN!“ steht hinter jedem Fahrzeug. Gesagt – getan!

Obwohl es brütend heiss war, sah ich überall auf der Strasse in Decken eingehüllten Menschen, welche sich am Strassenrand ihr Nachtlager aufgestellt haben. Ja, die haben sich einfach irgendwo zum Schlafen gelegt. Da unter dem Himmel und im Dreck. Dieser traurige Eindruck begleitet mich bis heute. Indien: dieses grosse Land, voller Kontraste: Arm und Reich, schmutzig und blitzeblank, schäbig und prunkvoll, dreist und zurückhaltend… Eine nie endende Liste.

Ich verbrachte die ersten paar Tage in Delhi. Da haben wir die Hauptattraktionen besucht: Red Fort (die Festungsanlage aus der Epoche des Mogulreiches), Lotus Temple (der jüngste Bahai-Tempel; schöööööön war es da), India Gate (der indische “Arc de Triumph”), Chandni Chowk (ab in den Chaos-Markt) und Rajiv Chowk mit Connaught Place und einer Mall, wo der starke Kontrast des Indiens nochmals deutlich wurde… Diese Ausflüge waren nie ein einfaches Unterfangen: Die siedende Hitze, der konfuse Verkehr, die Leute, die dich entweder anstarrten, etwas verkaufen bzw. ungefragt einen Hinweis geben wollten und dieser fürchterliche Aroma von Müll und Patchouli, der in der Luft lag, verwandelten unsere “Spritztouren” in ein regelrechtes Wagnis.

„Die spinnen, die Inder“, würde Obelix sagen. Ja… Schon ein seltsames Völkchen. Wieso?

  • Gut einmal am Tag wurde ich angesprochen einen Selfie mit Ihnen zu machen; „du bist merkwürdig“, hiess es frech. He! Wieso weisst du das? Hehehe… Nein, ich bin nicht merkwürdig. Ich bin anders. Meine helle Haut, kann es selbstverständlich unmöglich mit deinem Karamellfarbigen Teint aufnehmen, und meine Haare sind kürzer als du es gewohnt bist.
  • Die schaffen es doch tatsächlich das Gepäck in das Tucktuck aufzuladen wo schon andere 6 Leute sitzen. Kein Problem! *kopfgewackel*
  • Und wieso bezahle ich als Ausländer das x-fache mehr an Eintrittsgebühren wenn ich ins Museum oder in den Zoo will?
  • Der Taxifahrer hatte nie ein gutes Wort für mein Land übrig: „Italy? Oooohhh, Mafia!“ oder „You have bad Economy there!“, naja gut… Ihr schwimmt ja auch nicht in das Rupien-Meer! Egal. Die meisten meinten sowieso: „oooh, nice country!“ Da kannst du auch sagen du kommst aus Entenhausen, die werden das dennoch beteuern. Ausnahme machen da: Pakistan, Bangladesch, Nepal und China.
  • Bitte, nie, niiiiieeeemals darauf reagieren, wenn du vor einer Sehenswürdigkeit die folgenden Wörter hörst: „Ich bin der Fremdenführer“, du willst ihn zwar nicht, aber er ist trotzdem bereit dir für einen „Freundschaftspreis“ die Geschichte des indischen Maharadschas zu erklären! Ja, das ist so ein Ding mit den „Freundschaftspreisen“… „Der farbenfrohe Sari kostet 1200 Rupien, wenn du aber 5 davon nimmst, dann kriegst du einen tollen Sonderpreis von, sagen wir mal 8000 Rupien.“

Delhi ist da keine Ausnahme; auch in den Rest Indiens sind die Leute „ein bitzeli“, na, wie war das Wort nochmals? Aufdringlich!

JAIPUR.
Die gibts in Pink.

Unsere Reise brachte uns im Herzen des Rajasthan, das Land der Könige. Erster Halt: Jaipur, die pinke Stadt. Sie weist zahlreiche rosa farbige historische Gebäude auf, die allerdings im feuchten Monsunklima eher dunkelorange wirken. Einer der Höhepunkte soll einen Elefantenritt bis zum Haupteingang des Amer Forts sein. Diese wunderbaren Tiere sind mit traditionell bemalten Mustern verziert und transportieren täglich viele Touristen. Grundsätzlich wollte ich mir diese Erfahrung nicht entgehen lassen. Aber ich durfte einen Blick hinter die Kulissen werfen. Man kann  sich nämlich selbst von den Haltungsbedingungen überzeugen wenn man will. Und das tat ich auch. Die Elefantenhalter mögen wohl recht haben, und die Elefanten werden nicht schlecht behandelt, aber die Ställe, die ich in Elephant City gesehen habe, waren alles andere als „nett“. Darum habe ich darauf verzichtet. Ausserdem wollte man uns, wie könnte es auch anders sein, preislich total verarschen. Nicht mit mir…

UDAIPUR.
Aufatmen und geniessen.

Nach mehr als 8 Stunden Furcht und Bedenken, bei der Busfahrt die Hinterachse zu verlieren und mehr oder weniger inoffiziellen Stopps auf der Strecke erreichen wir hundemüde „The Lake City“. Nein, diejenige in Mittelerde, sondern in Udaipur. Dort durfte ich das wunderschöne Jagdasch Temple besuchen und am Nachmittag fuhren wir mit dem Boot hinüber zum Lake Palace Resort. Anmutig! Von hier bietet sich mir einen fantastischen Blick auf den Stadtpalast und die Altstadt. In der romantischsten Stadt des Rajasthans (wo ich regelrecht wieder aufatmen konnte, da die Stadt, die von Seen umgeben ist, sehr luftig war) hatten wir das Glück im tollsten Hotel Indiens zu übernachten. Im Gegensatz zu Jaipur waren die Leute in dieser Anlage sehr freundlich, hilfsbereit, schüchtern und grosszügig! Ich mache ansonsten nie Werbung auf meinen Blog, aber… https://www.tripadvisor.ch/Hotel_Review-g297672-d10154144-Reviews-Zade_Mount_View-Udaipur_Rajasthan.html. Also falls ihr zufälligerweise in dieser Gegend seid: Nichts wie hin. Es ist zwar ein bisschen in der Pampa, aber: MAN HÖRT DAS HUPEN NICHT! Quality time!

AGRA.
Ein Muss.

Auf unser Weg zurück nach Delhi durfte ein Besuch des Taj Mahals natürlich nicht fehlen. Agra ist schrecklich und alles ist (natürlich) total Durcheinander! Aber das Taj Mahal musste einfach sein. Der Eintrittspreis ist für indische Verhältnisse recht teuer (1000 Rupien, knapp CHF 15.00). Allerdings handelt sich um eines der Weltwunder uuuuuuuuuuund… Im Preis inklusive gab es Überziehschuhe und eine Flasche Wasser! 🙂 Und Leute: Was mich hinter der Sicherheitsschranke erwartete, kann ich unmöglich in Worte fassen! Das aus Elfenbein und Marmor gebaute Mausoleum war einfach nur PERFEKT. Eines der schönsten Gebäude, die ich je gesehen habe. Schneeweiss und in arabischen Stil erstrahlte es vor mir. Ich kann mir gar nicht vorstellen wie doll verliebt der Grossmogul im Jahre 1632 war, dass er nach dem Ableben seines Lieblingsfrau Mumtaz Mahal, der „Exzellenz des Palasts“ dieses Kunstwerk errichten liess. Noch immer versagen die Worte…

Zurück in Delhi, hatte ich noch genügend Zeit ein paar tolle Souvenirs zu „Freundschaftspreise“ zu ergattern und schon war der Trip in den Osten vorbei. Es war schwer die Reise meinen Liebsten zu beschreiben. Man hat so viel erlebt und gesehen: wunderbares, geheimnisvolles, interessantes, atemberaubend, kontrastiv, trauriges, unverständliches, aussergewöhnliches und verstörendes; Indien hat mich einfach “erschlagen”!

Namaste.

La mia India.

Non penso di essere capace di descrivere quello che ha scosso dentro di me, il viaggio che un mese fa mi ha portato a fare visita ad uno dei paesi più popolati della terra. Eh sì… Anche se è il settimo paese per estensione geografica al mondo, ho avuto l’impressione che 1,3 miliardi di persone ci stessero strette. Un paese complicato, difficile, incasinato, confuso, strano, in contraddizione ma magnifico. Si. Un paese di grandi contraddizioni.

Appena uscita dall’aeroporto e inoltrandomi in quello che sembrava un forno a 220 gradi mi è venuto quasi un colpo: sono rimasta travolta da una vampata di calore mai provata prima. Quell’afa mi ha fatto boccheggiare e i capelli mi sono diventati „crespo-nuvola“. I miei ricci si sono praticamente appiattiti senza bisogno della piastra. Sembravano asciugati con l’aerosol. „Aripijate“, pensavo. Non volevo assolutamente dare all’occhio (anche se ero già a buon punto con la mia pelle color mozzarella di bufala e i miei vestiti assai occidentali). Per fortuna l’autista mi stava aspettando e sinceramente ero contenta di non essere sola. La mia guida personalissima mi ha tenuta sott’occhio per tutti i 12 giorni. E grazie al cielo! Avrei avuto i miei bei problemucci per praticamente tutto: dal reclamare la carta igienica in camera (ma si, perché usare la carta se si ha la comodità di avere sempre due mani appresso?) a fare il biglietto per la metropolitana! Ma invece, grazie a “la mia compagnia delle Indie” ero abbastanza tranquilla, per quanto è possibile rilassarsi in quei posti!

Il tassì sul quale viaggiavamo, percorreva le vie e viuzze della capitale indiana più o meno a 130 chilometri all’ora. Na scheggia impazzita! Sembrava stare in un videogiochi: una di quelle realtà virtuali nelle quali devi schivare le altre macchine, fare attenzione a non ammazzare le persone e assolutissimamente evitare di danneggiare le mucche sacre, che, in tutta tranquillità facevano la loro passeggiatina di salute. Ma non su di un prato o nelle colline in fiore, no, in mezzo alla strada. E nemmeno ai bordi o sui marciapiedi! No. Li, proprio in mezzo alle due corsie (o erano tre, o quattro?) Immobili. Imperturbabili. Con la faccia di chi pensa: “tanto non mi puoi toccare…“, perché infatti è così. Si finisce in prigione se freddi na mucca! Oddio… Poi, come se non bastasse, ci sono anche i risciò e i pittoreschi tuk-tuks che non vanno presi sotto. Ripeto: Vietato travolgere questi veicoli! Che oltretutto hanno anche l’impressione di essere alla guida di una Ferrari testa rossa! Sì, perché loro la prendono molto sul personale, se un’autovettura (logicamente) dotata di un motore più potente del loro, si permette di sorpassarli. E niente… Quindi ci si ritrova in questo simpatico gran premio della pericolosità senza nemmeno avere la possibilità di prendere fiato, visto che l’aria pesante non lo permette e se vuoi che il tuo tassinaro attivi l’aria condizionata per te, devi anche pagare un supplemento! Già.

Gli indiani sono curiosi. Sono molto interessati. Diciamo pure: un po’ ficcanaso. Mi facevano molte domande. „Che lavoro fai?“, „ti piace l’India?“, „ma quello é proprio il colore della tua pelle?“ e sempre, sempre e soprattutto: “da dove vieni?” E non importava quale paese tu pronunciassi, loro rispondevano sempre con „oooh, nice country!“ Però c’è l’avevano con l’Italia: „Italy? Oooohhh, Mafia!“ o „You have bad Economy there!“, beh, non mi sembra che qui sia tutto rose e fiori (di loto). Ma forse mi sbaglio io e le persone che si stanno adagiando sul marciapiede per la notte sono solo degli attori bollywoodiani che avete messo lì, giusto per non smentire i cliché sull’India, ovvero una povertà davvero agghiacciante. Cercavo sempre di rispondere loro nel modo più garbato possibile. Anche se mi stavano leggermente sulle balle i maschietti indiani. Tendono ad avere una bassa opinione delle donne occidentali. E si vede benissimo. Non sono mancati insulti e manifestazioni di disprezzo.

DELHI.
È caos fu.

I primi giorni in Oriente li ho passati a nuova Delhi. E da buona turista, mi sono fatta accompagnare a vedere i siti più paparazzati della città: Red Fort (il forte di Delhi, patrimonio dell’UNESCO), Lotus Temple (il tempio Bahai che ha l’aspetto del bocciolo di un fiore di loto), India Gate (l’arco di trionfo indiano), Chandni Chowk (il basar-baraonda della capitale) e Rajiv Chowk con il nuovissimo Connaught Place. E non credete: queste “scampagnate” erano sempre assai macchinose e stancanti. Purtroppo ti trovi a fare i conti con la disorganizzazione che crea problemi di tutti i tipi. Inoltre devi muoverti nelle prime ore del mattino, per evitare l’aria greve che comincia ad infornarti il cervello già molto prima di mezzogiorno. Devi farti strada tra persone invadenti che ti assalgono per darti mille consigli più o meno “spassionati“. Mentre le „clacsonate“ riportano la tua attenzione al transito frenetico di autovetture, bipedi e quadrupedi che fai bene a tenere sott’occhio sempre visto che non sarai mai al sicuro. Neanche sul marciapiede… E nell’aria un cattivo odore di patchouli misto merda!

Ma la cosa che forse mi stancava di più, calura estrema esclusa, era il mercanteggiare sul prezzo. Qualsiasi prezzo. Dalla corsa in tuk-tuk al tipo che stava di guardia alle scarpe, che puntualmente ti faceva togliere per entrare in qualsiasi tempio del posto. Facevo l’errore di dare per scontato qualsiasi prezzo: anche le tariffe degli hotel. Tutto è negoziabile. E se ne approfittano, pensando che da turisti, più o meno tonti, non avremo mai battuto ciglio e non ci saremo permessi di tirare sul prezzo. E quindi: Via al festival del ridicolo… Una sera per tornare dalla stazione degli autobus all’hotel dal nostro ritorno da Agra, ci hanno chiesto più di 700 Rupie. Per fare 2 chilometri! Un prezzo assurdo, visto che di chilometri ne avevamo appena fatti 550 pagando solamente 575 Rupie. Comunque, mettetevi l’anima in pace: Il prezzo aumenta in base ai tuoi abiti e alla lingua che parli (o che appunto non parli).

Lo ammetto. Questo chiasso e disordine me lo sarei aspettato in una qualche metropoli americana. Nella mia ignoranza speravo di trovare un paese di profonda spiritualità. Calmo. Sereno… E quindi non è stato niente male lasciarci alle spalle la frenesia di nuova (ma anche vecchia) Delhi e recarci un po’ più a sud. Verso…

JAIPUR.

Nel cuore del Rajasthan, la terra dei re, si trova Jaipur, la “città rosa”, per il colore predominante delle sue abitazioni. Lì, avevo intenzione di fare una „turistata“ e galoppare al dorso di un dolcissimo elefante. Ma mi sono resa conto che nonostante abbiano queste proboscidi stupendamente dipinte, non vengono tenuti come questi fantastici animali invece meritano di essere. E allora ho rinunciato a salire su Dumbo e abbiamo preso il nostro tuk-tuk alla volta de “Hava Mahal”, il palazzo dei venti. Serviva da osservatorio dal quale le donne di corte, non viste, potevano assistere alla vita della città. Fiabesco… Otto piani di finestrelle e merletti. Chiaramente rosa… O quasi… Piu o meno terracotta. Ma loro dicono che è rosa. E chi sono io per contraddirli? E vabbé, che rosa sia! E stato a Jaipur, in uno di quei ristoranti tipici che mi sono accorta del “ciondolamento” della testa degli indiani. Che è più o meno un affermazione (ma anche un forse, chissà, non lo so…) Si, perché questo popolo, per cultura, tende ad evitare di negare una possibilità. Occhio quindi ai “NO problem, ma’am!“, perché invece i problemi e gli intoppi sono proprio dietro l’angolo. Dopo solo un giorno, abbiamo lasciato Pink City per arrivare a…

UDAIPUR.

A parte, che secondo me il bus in cui viaggiavamo non è mai stato nuovo, cioè, a mio parere è uscito già da rottamare dalla „Volvo“… Dicevo, a parte questo, il nostro pullman era dotato di un vero e proprio medley di musica da clacson. Ma perché installarle tutte? Perché…? Forse perché il sistema di guida si basa praticamente sul clacson! Questo, per la quasi totale assenza di semafori e cartelli stradali, che comunque anche se c’erano, venivano considerati un optional. Siamo arrivati a Udaipur nel cuore della notte e l’unica cosa che volevo fare era: dormire. Tanto. Ero svigorita, stremata… Non c’è la facevo più. Quindi abbiamo preso l’unico tuk-tuk che ancora era in circolazione e ci siamo fatti portare al nostro hotel. Una manna dal cielo! Era lontano dal centro, lontano dagli schiamazzi, il baccano e lo scompiglio della città. E soprattutto, dal balcone che avevamo in camera, per la prima volta dopo una settimana: respiravo. Aria. La città é molto ventilata, visto che é circondata dai laghi. Un sospiro di sollievo. Inoltre, i ragazzi che lavoravano in quell’albergo erano carinissimi, disponibili e timorosi. Non amo fare pubblicità sul mio blog, ma per loro farò un eccezione: quindi se vi trovate da quelle parti, vi raccomando questo piccolo angolo di paradiso: https://www.tripadvisor.ch/Hotel_Review-g297672-d10154144-Reviews-Zade_Mount_View-Udaipur_Rajasthan.html. Fidatevi, Udaipur è molto, molto bella. Viene spesso chiamata la Venezia d’Oriente. Da segnalare: il fantastico Jagdasch Temple con una popolazione di scoiattolini striati per niente timidi e il Lake palace, costruito sull’acqua, dal quale potete assistere ad un panorama mozzafiato sul City Palace e la città vecchia, suggestiva e ricca di ponti. La città più romantica del Rajasthan.

AGRA
Assolutamente Taj Mahal: una storia d’amore.

C’è poco da dire, il mausoleo dedicato alla seconda moglie dell’imperatore Mughal é la tomba più bella del mondo. Lei, Mumtaz Mahal, era una principessa originaria della Persia e morì mentre accompagnava suo marito a Behrampur, durante una campagna per schiacciare una ribellione. Per l’imperatore una vera e propria tragedia, tanto ché in pochi mesi, per il dolore, i suoi capelli e la folta barba si diventarono completamente bianchi. E attenendosi ad una promessa fatta alla sua amata, fece erigere il “palazzo della corona”. Bello, maestoso, in marmo bianco con la famosa cupola affiancata dai quattro minareti affusolati. Il Taj luccica come un gioiello al chiar di luna e di giorno sulla cupola si può assistere ad un magico gioco di colori, che cambiano a seconda dell’ora del giorno e della stagione. E sullo sfondo lo Yamuna, il fiume che gli fa da cornice. Incantevole. Grandioso. Non per niente, dal 2007 rientra nelle sette meraviglie del mondo. Sono rimasta senza parole davanti alla maestosità di quest’opera d’arte. E lo sono tutt’ora…

In India ho visto delle cose che non dimenticherò per tutta la vita. Percorrendo in macchina una strada di un quartiere perso della città, uno spettacolo raccapricciante: chilometri e chilometri di baracche. I slums dell’India. Tristemente famosi. Ma mi sono anche riempita avidamente gli occhi di colori e il naso di odori di spezie che non sapevo nemmeno esistessero. E per una sera mi é stato donato anche un momento di quella spiritualità tanto cercata: del piccolo „old hanuman mandir“ di Delhi un guru dallo sguardo profondo ma arcigno e gli occhi color turchese, mi ha dato la sua benedizione. Abbiamo parlato per qualche minuto e con grande orgoglio mi ha fatto fare un giro nel suo tempio.

E questa l’India: interessante, mozzafiato (in tutti i sensi), contrastiva, triste ma anche (e soprattutto) meravigliosa, misteriosa e tanto, tanto colorata.

The pearl of the Danube

Someone said: „once a year go some place you have never been before“. So I did. With my brother we visited Budapest. A magnetic city where Celts, Romans, Huns, Germanic tribes, Slavs and at the very end, the Magyars left their marks. What a potpourri of ethnicity… And the traces of all of them are still visible as far as the eye can see.

We landed in a crowded city. In fact, 20% of Hungary’s population lives in Budapest. The well-informed man on the „hopp-on/hoff-off“-bus said so. Yes. He told us that every 5th person in Hungary is a „Budapester“. Oh, and I was truly surprised to find out, that the so-called capital of freedom is two cities in one: Buda, a city on a hill where you can find the Castle and Pest, the flat land across the Danube where all the modern fun takes place.

Okay, I don’t wanna write a Wikipedia-entry, but let’s talk about climate: I would never think, but Budapest is hot. I mean: HOT. Literally. Not only because it has more thermal springs than any other city in the world. It is warm or actually: very, very warm. It has as much summer sunshine as many Mediterranean resorts. But we experienced also one of those sudden heavy showers. OMG! It was raining cats and dogs… But fortunately, we found a shelter at Nagy Vásárcsarnok… No, I cannot pronounce it neither, so for all not-hungarian among us: It is simply the great Market Hall…Budapests big and oldest indoor market who is offering meats, pastries, candies, spices, and spirits such as paprika, tokali and caviar. The second floor has mainly eateries and souvenirs. And a multitude of people. They are everywhere. Not really a place to be for a claustrophobic folk.

What an eclecticism; you can see ancient, (neo) gothic, renaissance and byzantine buildings along its streets. One of my favorite was the Mátyás-templom, the roman catholic church in front of the Fisherman’s Bastion at the heart of Buda’s castle district. I have seldom seen such a magnificent church and a picturesque surrounding area. The other place I fell in love with, was the great synagogue in Dohány street, with the onion domes (yes, onion). We just had to go inside and have a look… What I saw was just „wow“… Internal frescoes made of golden geometric shapes. Men sit on the ground-floor, while the upper gallery, has seats for women. I cannot explain the feeling i had while walking through the Holocaust memorial park who is in the rear courtyard… I was getting a little bit sad. Or maybe I just realized what happened there a couple of decades ago.

How to reach all those wonderful sites, landmarks, utcas, térs and úts? By bus, tram or underground! After London (my Love), Budapest has the oldest underground train system in Europe. So you can easily move around. Yes, because there are more than 40 theaters and over 100 museums and galleries and you can impossible just walk the whole day and night through. It is also in the spotlight for the copious festivals (very famous ones), concerts and events.

What else? Oh, yes… A lot of famous kids were born in Budapest: the statesman Gyula Andrássy, the charming actress Zsa Zsa Gabor, the magic Harry Houdini, the virtuoso pianist Franz Liszt and last but not least, well… the aphrodisiac Ilona Staller!  🙂

Budapest welcomed us with their friendly people, the smell of good food in the air, yelling custodian (I almost suffered a heart attack, just because I was taking a picture inside a museum), kind waiters who never laughed at me because of my funny Hungarian pronunciation (I couldn’t order a „McReggeli“ at McDonalds without a smile) and the amazingness of its history…

nicht die feine englische art.

flug basu-london.

status: in a relationship with extraordinary excitement!
ergo: mega fröid… ändlech wieder london. ändlech wieder chlei „heimatluft“.

die wo näb mir sitzt foht mit mir a schwätze: blablablaaa… us aarau. blablablaaa… 27gi… blablabla… müed. hm. goht uf london wäg dr perfektionierig vor sproch. isch no nätt (han ig denne no gmeint, pf). chlei z exentrisch han i s gfüehl, aber… ja nu. sie redet nid vüu. muess schlofe. het am nomi no unterricht. sie muess no e monet schuel hinger sech bringe… ha sie aber ghöre rede. eeeeehm. ig dänke es bruucht e chlei meh as ei monet, damit sie sech in an acceptable way cha usdrücke. aber ig säges ihre nid. wott se jo schliesslech nid brüskiere. ig. sie. aber sie isch do eher angersch drauf. ja.

mir stiige vom flüger und nähme zäme d shuttle und dört foht sii a: “weisch bi ebe nur kurz über s weekend deheime gseh zu mim maa… är isch ebe kubaner, mega e schöne. är isch agsteut bire gueti schwizer firma. isch ebe mega schwierig für usländer so ne guete job z finge. aber ig bi sooo froh bringt är sini 6000 stutz hei. jaaa… und duuu? hesch e frönd z london?”, frogt sie mi hämisch, fasch as wott sie mer z verstoh gäh, dass sie mer nie wird abchoufe, dass ig e frönd ha – ig loh mi aber nid loh fertig mache:

“JA.“, wow… wie us dr pistole gschosse, „är het ebe scho überau chlei gwohnt! und isch immer unterwäx uf dr wält.” lüg ig ihre fräch vor.

“oooh. isch är de vo london säuber?”

“ursprünglech us dr karibik!”, lüg ig weiter.

und denne chunnts: “weisch, i glaube ebe nid dranne, dass sörigi manne nur eini wo dick isch uswähle um a schwizer pass z cho. ig bi ebe meeeeega dick gseh mou. so wie du. oder villicht chlei dicker. und ha ihn ebe denne so kenneglernt. aber jetz han ig abgnoh, weisch är isch ebe soooooo schööön! ha nid weue dick und hässlech näb ihm stoh (natürlich. die 2 sache göhre  au immer zäme, of course) ig ha ebe mit ihm zäme agnoh… gaaaanz natürlech”.

aha.

nice. jetz wos seisch… gsehsch sehr müed uuus… het dini super diät nüd gäge fäutli und augeringe chönne häufe?

whatever.

“hm. weisch bi mou dopplet so dick gseh. är het mi denne no nid kennt! und wenn scho: IG wott sini papiere… är het ke interässe ir schwiz z cho und ig au nid eigentlech dört z bliibe. wott scho lang uswandere… und mittlerwiile han ig usegfunge, dass mi d schönheit ohni substanz überhaupt nid interessiert, völlig überbewärtet. gähn und so… aber ig weiss dass jede so sini prioritäte het…”

“uswandere? do häre? das chan ig nid verstoh…“

äuä. du verstohsch das nid… nei. säg.

aber de lallet sie witer: „jo. mir wette ebe scho lang kinderlis ha…” (het mer irgendwie gar nid zueglost: what the fuck?) “… und du? wottsch du keini kinder?”

“doch. doch. *schwärm* ig liebe kinder, möcht nüd liebers as…”,

aber natürli, nimmt sie sech d freiheit use mi z unterbräche. fiinfüehlig wie sie nun mal isch, kotzet sie: “aber de muesch de langsam gas gäh… 35 isch allerhöchsti iisebahn!”

i’m definitely not amused. und i glaub sie wott unbedingt e schlag z mitz ir frässe.

„jo, i dänke ebe dass ig nid eifach so mit 16 es kind ha weue uf d wält bringe, wüu ig ebe gäbig jung gseh bi, und übrigens au nid mit irgendöpper… mit 40 muetter wärde isch ke sälteheit meh.”

“hmhm. und was bisch du vo bruef?” (scho wieder so ne abrupte themawächsu)

knapp: „agsteuti. und du?”

„ärztin ir psychologischi betreuig… weisch, genau so lüt chöme zu mir wo wie du en OP gha hei. du hesch sicher en OP gha gäu…? könne niemmer wo d hälfti vom eigete körpergwicht verlore het ohni ungerstützig vom magebypass…”

WAAAAAAAAT? SAY THAT AGAIN? BETREUIIG?

“ohhh… du leistisch PSYCHOLOGHISCHI UNTERSTÜTZIG? ig bi mer sicher du machsch din job SUPER. bi dere offehärzigkeit. und nei. es isch komplimänt gseh. jo, han en bypass… aber by the way, isch au so ke spaziergang, glaub mers. heb e schöne ufenthalt. due fliisig lerne.”, BITCH. vor auem i de fächer EINFÜHLUNGSVERMÖGEN, SENSIBILITÄT und EMPATHIE hesch vüu nochezhole.

no comment.

#NoMoreFigureDiMerdaOQuasi

volo basilea – londra. ma quant’é ficus non dover chiedere più la prolunga x la cintura di sicurezza nell’aereo e anzi dover perfino accorciare quella del sedile stesso?! per la serie: che-bello-evitare-imbarazzantissime-domande-degli-zelanti-steward, tipo:

“porta un bambino con se?” (si, certo. si chiama casper, ecco. perché non lo vedi?) “no, non porto infanti con me e giusto per levarti ogni dubbio: non sono nemmeno incinta, sono solamente ricca di adipe. me la dai sta cosa o hai deciso di farmi salire la bile, cosí, just for fun oggi?”

ed eccolo l’occhio di crotalo mezzo schifato e mezzo attonito dalla mia franchezza… si, lo so… può sembrare una cosa da niente ma vi assicuro che il confronto con troppa gente becera e perfida può demoralizzare.