#liberifinoallafine

Quello che è accaduto negli ultimi giorni, mi ha fatto riflettere molto. Col dovuto rispetto vorrei esprimere il mio pensiero, perché proprio non riesco a dimenticare, quella voce fioca, flebile e affaticata di DJ Fabo, che facendosi aiutare dalla sua fidanzata, dice: “Signor Presidente, le chiediamo d’intervenire, per lasciare ciascuno libero di scegliere fino alla fine. Grazie Sergio!”

C’è chi dice che questa tragedia non deve venire usata come grimaldello per acconsentire l’eutanasia anche in Italia. Ma non è la prima volta che si parla di leggi importanti che non esistono: prima di Fabiano, anche Piergiorgio Welby ed Eluana Englaro tra il 2006 e il 2009, scatenarono in Italia un notevole dibattito sui temi legati alle questioni di fine vita.

Perché questo tema esplicito in Italia viene trattato come un’interdizione sacra? Perché in parlamento non se ne parla, ma viene sempre rinviata la discussione? Perché estendere i diritti è inteso come ridurre i propri? Perché ci si impegna così tanto perché le leggi dello stato proibiscano una condotta ritenuta contraria alla legge divina?

La Chiesa cattolica circa 10 anni fà, in un messaggio per la 29. giornata per la vita, affermò:

“Chi ama la vita si interroga sul suo significato e quindi anche sul senso della morte e di come affrontarla […] Ma non cade nel diabolico inganno di pensare di poter disporre della vita fino a chiedere che si possa legittimarne l’interruzione con l’eutanasia, magari mascherandola con un velo di umana pietà”
(Consiglio Episcopale Permanente)

Quindi la Chiesa asserisce, che solo Dio può porre fine alla vita. Ma… Un corpo tenuto in vita dalle macchine (senza le quali morirebbe in pochi minuti) secondo me, non è già più “vita”. Ciò che lo tiene in “vita” si chiama tecnologia, la stessa tecnologia che viene poi contestata in altri ambiti. Quando però si tratta di prolungare artificialmente una vita atroce, allora è ammessa. E se ci fermassimo un momento prima? Prima di ricorrere a quei tubi che ci tengono forzatamente in vita?

Mi rendo assolutamente conto che è una questione delicatissima. E ovviamente sto parlando di malattie terminali… Quando la qualità di vita di una persona è compromessa al punto tale da renderne intollerabile la vita stessa…. Quando sei nel pieno possesso delle tue facoltà e sai che ci sono zero probabilità che in un futuro prossimo la scienza possa fare importanti passi avanti… Quando le hai provate tutte e hai sempre vissuto da spirito libero, allora, effettivamente IO vorrei poter scegliere da sola cosa farne della mia vita. Ma la legge, come mero canone formale, prevale sull’amore, ed è pura proibizione.

La mia settimana delle fondamentalissime futilità 03/2017

Huhuu… Eccomi in versione italiana questa settimana (e con un giorno di ritardo)!

  • WEF: Giusto per non farsi mancare niente, Facebook, il gigante dei social, ha fatto erigere un chalet a Davos, dove questa settimana si terrà il 47. WEF. Una scioquezola da 1 milione di dollari al giorno. Ma si, in fondo siamo solo al World Economic Forum, quindi possiamo pure permettercela una sfacciataggine del genere.
  • Kylie Jenner vuole cantare. Secondo il „Cosmopolitan“ ha diramato già 3 foto (hashtaggandole con #secretproject) presentandosi come sempre con poca roba addosso e con un certa boria davanti agli studios di Shangri-La-Studio. Qualcuno potrebbe dire alla rampolla Jenner che non é perché i rutti gli escono bene, non é detto che le venga conferito il premio come ruttatrice dell’anno!
  • Da questa settimana Londra sarà un po’ più buia (vedete i pannelli neri dietro di me). Sono infatti state spente per lavori di ristrutturazione i celebri display pubblicitari di Piccadilly Circus. Ad anticipare lo spegnimento un countdown seguito da numerosi curiosi. Tra i luoghi più iconici e visitati della capitale inglese, le insegne brillavano sulla piazza dalla fine della Seconda Guerra Mondiale ed erano state oscurate solo in occasione dei funerali di Winston Churchill e della Principessa Diana. Mi ci sono trovata; è ben strano. Ma gli addetti ai lavori si stanno dando da fare per poter illuminare la “piazzetta” il più presto possibile. Go on, guys!
  • Kate Middleton e Meghan Markle, la fidanzata del Principe Harry, si sono incontrate. A darne notizia è il magazine britannico The Sun, piuttosto affidabile quando si tratta di gossip legati alla vita di corte. Secondo quanto appreso dal tabloid, l’attrice e la Duchessa di Cambridge si sarebbero viste martedì scorso a Kensington Palace in presenza anche della piccola Charlotte (mentre Baby George era all’asilo). Per la Markle si tratta di un ulteriore passo avanti nel suo ingresso in famiglia. La neofidanzata di Harry, infatti, ha già conosciuto il Principe Carlo e William e a questo punto non le resta che l’ultimo – e più temibile – scalino: ottenere l’approvazione di Sua Maestà la Regina Elisabetta.
  • Sfidando il gelo della notte di New York, nella folla di 20.000 persone, c’erano anche Mark Ruffalo, Julianne Moore, Marisa Tomei, Sally Field, Alec Baldwin (che imita e fa imbestialire Donald Trump) e il regista Michael Moore, sono riuniti per invocare l’unità – sotto lo slogan “We stand united” – del Paese contro quello che, secondo loro, rappresenta di male il presidente eletto. Barack Obama aveva fatto il pieno: star di Hollywood, leggende della musica e vip di fama mondiale. Per Trump invece qualche problemino per attrarre stelle del firmamento e quindi: l’insediamento più triste della storia! Dopo che avevano sdegnosamente declinato l’offerta band come i Beach Boys e Dixie Chicks, le cantanti come l’inglese Rebecca Ferguson e Garth Brooks, nonché il nostro Andrea Bocelli, ad accogliere Trump non ci sono state sei canoniche bande militari. Ma anche cori (Mormon Tabernacle Choir e i Radio City Rockettes) e dulcis in fundo: Jackie Evancho, una starlet sedicenne che ha canticchiato l’inno nazionale. Sweet.
  • Si chiama Lizzy ed é originaria di Dover (USA). E cosa fa Lizzy? Una cosa che io non sarei riuscita a fare manco nascosta nell’intimo della mia cameretta, perché mi vergognavo come una ladra dei miei chili di troppo. Ma la ballerina adolescente che sfida i pregiudizi e conquista il web a colpi di „Arabesque“ e „pas de bourrée“ é un portento! Ogni passo di danza è un bel vaff… ehhh… una risposta a chi la critica per il suo peso e le ricorda che non potrà mai realizzare il sogno di diventare una vera danzatrice perché portatrice di “handicap” (sì, l’hanno detto anche una volta anche a me! Giuro!)

In breve:

… Gli uomini possono ora possono portare il rosa, perché Brooklyn Beckham (bronzo di Riace per eccellenza) porta una felpa color pantera rosa.
… Katherine Heigl aspetta il suo terzo pargoletto, mentre Sarah Connor
… La Ferrari di Magnum P.I. Tom Selleck (che ormai ha la veneranda età di 71 anni) la casa d’asta spera in 250’000 Dollari
… Tra le faccine di biondi e bruni potrebbero presto fare ingresso quelle con i capelli rossi. La proposta avanzata dall’Emoji Subcommittee (si, esiste un comitato) sarà presto discussa! Intanto si é anche saputo che presto uscirà The Emoji Movie, il film con le faccine per messaggistica! E Sir Patrick Stewart darà la propria voce per il personaggio dello pseudo-escremento Poop. La cacca insomma! Che fine di merda ha fatto il Capitano Jean-Luc Picard.
… E per restare in tema: il presidente eletto degli Stati Uniti Donald Trump ha già un piccolo animale che porta il suo nome: si tratta della Neopalpa donaldtrumpi, una minuscola falena con un’apertura alare di circa 10 millimetri. A ispirare il nome della specie appena scoperta sembra sia stata la testa dell’insetto, dove la disposizione di alcune scaglie bianche e arancioni rirende la forma e i colori della tipica acconciatura del Tycoon.… Porno interruptus invece per i pendolari britannici. Infatti, in Inghilterra verrà multato, chi verrà pizzicato a bazzicare su youporn. Sono soprattutto i “lord”, cioè i maschietti che non si fanno nessun scrupolo a guardarli e le ladies si sentono molto infastidite.
… Gira meglio per i panda: Abbiamo inventato i filmini erotici per panda! Per cosa? Perché questo dolce orsacchiotto si trova in via d’estinzione e quindi, per far ribollire il sangue dei pandi e delle pandesse, si sono inventati il panda-porno! Evvai. Nella prossima vita voglio essere un panda. Forse.

Vita da pendolare – la vendetta!

Ho appena finito di lavorare e sinceramente, dopo una giornata fatta di super-cazziatoni, gente frustrata e avvocati improvvisati per incutermi timore in non so quale modo (visto che non ho paura di parlare con persone più colte di me, anzi, magari imparo anche qualcosa, che é anche un po’ l’ora), diciamo che avevo assorbito la mia dose giornaliera di sparaballe ed esaurito quelle misere riserve di tolleranza e pazienza che mi trovavo nei meandri delle mie cellule.

In stazione, inutile dirlo, si aggirano gli individui più loschi e anche dei gran matti. Ma ormai sono avvezza a tutto ciò; sono 20 anni che non faccio altro che andare avanti e indietro con treni e tram vari. Ho fatto anche conoscenza con le mitiche poltroncine di finta pelle dei vecchi treni regionali. Quelli rossi e verdi, che quando d’estate ti sedevi al posto sbagliato, cioè dove il sole aveva baciato per ore le graziose seggioline, tu, che se nella malaugurata ipotesi avevi indosso un pantaloncino o una gonna, ti ritrovavi con una simpatica ustione di terzo grado alle gambe.

Quindi eccomi qui in stazione centrale, bella beata e aspettando la coincidenza per tornare a casa. E mentre pensavo a cosa fare per prima cosa appena sarei arrivata (buttarmi a peso morto sul letto o non buttarmi? Questo è il problema!), da destra appare uno di quei brutti ceffi. Ma brutto… Uno che non vorresti incontrare manco sotto il sole di ferragosto, figurati di sera, al freddo e al gelo, con le pal(l)e eoliche che ti girano perché stai per morire surgelata… Dunque, il gentiluomo col ciuffo che faceva provincia si avvicina e con dei modi da gran signore, mi fa: „BUON ANNO!“ – Euforico! Felice! Pallido! Un appartenente alla misteriosa e indefinita categoria nosologica della nevrastenia! Non so se ero più spaventata dal fatto che avrebbe potuto essere lui il cantante di „fammi crescere i denti davanti“, visto che contava un dente ogni quarto d’ora, o se mi arrecasse più fastidio il suo alito fetido da iena.

Abbastanza allibita dal suo augurio a scoppio assai ritardato (visto che a giorni saranno passate 3 settimane) balbetto sussurrando un: „eh, beh, anche a te“. Premetto: lo so che fissare la bava che gli stava uscendo dal lato della bocca e farfugliare sillabe a cacchio non sono i gran modi da Arcivescovo di Canterbury, ma spezzando una lancia in mio favore: penso che se gli avessero fatto un test del sangue, sarebbe stato già tanto se il sangue gliel’avessero trovato. Il tasso di alcolemia in quel tipo lì, non si sarebbe potuto manco lontanamente constatare con l’etilometro.

Insomma, per forza maggiore, e visto il gran casino che si trova in stazione a quell’ora lui non ha ben sentito, che io gli avevo anche un po’ risposto. Ed è per questo che con fare stizzito si rivolge ai suoi compari di merenda e gli fa: „Va a far del bene… Gli ho augurato buon anno a questa e manco mi risponde…“ E loro giù a ridere, Dio solo sa perché.

Non capitemi male: io avrei veramente voluto chiarire il malinteso, ma proprio in quel mentre, ecco accadere l’inevitabile: lui volge le spalle alla sua équipe, guarda me e…: mi spara uno di quei rutti, che il timpano mi é uscito fuori dalla tromba di Eustachio a chiedere pietà. Le orecchie ancora mi fanno Giacomo-Giacomo se ci penso e sinceramente mi è sembrato di sentire venir su le lasagne che ho mangiato alla mia prima comunione. Lasciatemelo dire: MINKIA! Una tromba del giudizio! Ma che cosa ti sei bevuto? La distilleria di Faenza? Ma sei umano? Quanti scarabei stercorari ti sei fatto fuori a colazione?

Non ci siamo più chariti.

La prima candelina per „thisiswhyimvanella“

Salve a tutti!

Esattamente un anno fa, dopo aver erroneamente cliccato sul tasto „pubblica“ troppo frettolosamente, é andato online il mio primo pezzo „https://thisiswhyimvanella.wordpress.com/2016/01/06/non-ci-voglio-pensare-ora/„ ed é cominciata la mia vita da blogger! Hahahaa… Vabbé. Aspirante blogger, considerando i numeri (di cui, comunque vado fierissima):

43 articoli in
3 lingue diverse e che son stati
letti 2’760 volte e che hanno fruttato
44 commenti

E…

1’720 visitatori/visitatrici da ben 37 (!) paesi diversi:

Svizzera, Italia, Germania, Stati Uniti d’America, Spagna, Regno Unito, Francia, India, Austria, Tailandia, Brasile, Bosnia-Erzegovina, Irlanda, Ungheria, Slovacchia, Liechtenstein, Corea del Sud, Emirati Arabi Uniti, Giappone, Olanda, Finlandia, Messico, Australia, Belgio, Repubblica Dominicana, Malesia, Cosa Rica, Macedonia, Israele, Nepal, Vietnam, Vanuatu, Repubblica Ceca, Svezia, Canada, Macao e Cipro!

„thisiswhyimvanella“ è nato quasi per scherzo, ma è diventato per me una bella valvola di sfogo… E di contagio. Grazissime a tutti i miei „fans“ che mi dedicano un po’ del loro tempo prezioso per leggere una pirla come me. Ci vuole un sacco di costanza, fatica e soprattutto: coraggio. Si, perché ci sarà sempre qualcuno più bravo di noi, ma non per questo bisogna arrendersi e rinunciare ad esporre il proprio punto di vista e se possibilmente utilizzando un linguaggio efficace.

GRAZIE. GRAZIE. GRAZIE.
*facendoriverenza*

a.

PS: Anno nuovo – Nuova mise: Ho dato un tocco di colore al mio blog e apportato qualche cambiamento. Ora e anche possibile filtrare gli articoli e selezionarli in base la lingua.

PPS: Se vuoi essere sempre aggiornato sulle novità del mio mondo della crescita personale tramite i miei articoli puoi iscriverti alla newsletter. O seguimi su Facebook (https://www.facebook.com/antonella.cucinelli) e/o Instagram (https://www.instagram.com/vanellart/).

Il pettegolezzo: l’oppio dell’oppresso.

In ufficio non tutti sono collaborativi e riescono a lavorare in team senza far nascere gelosie e ostilità. Anzi, alcuni cercano di metterti il bastone tra le ruote, screditandoti con il capo e parlando male di te.

Ma la verità é che queste tipo di tensioni si possono manifestare dappertutto e sinceramente non passa giorno in cui non trovo qualche ficcanaso che non si faccia i benamati cacchi propri. La scena del delitto può essere un ristorante, una palestra, in città e, più in generale, in una comunità. Può essere inverno… No, autunno… Ma magari anche primavera… Okay, ho deciso: estate. Può prendere chiunque: donne, uomini o chi ancora non ha deciso – insomma, siamo decisamente vaghi su stagione, luogo e protagonisti, ma vi assicuro che il tutto ha senso, ve lo giuro sul mio cane, che al momento non ho (oh, ragà, faccio la pirla, non la scrittrice di gialli, come lei, la mia amatissima Jessica Fletcher, che tra l’altro sono sicura avrebbe risolto il caso in quattro e quattr’otto e in tempo per l’ora del te).

Ritorniamo seri: E brutto quando pensi di poterti fidare di certa gente ma poi d’istinto senti un coltello incastrato tra la terza e la quarta costola… Sono per natura, molto aperta; ho sempre l’impressione di potermi fidare di tutti, ma perché non ho proprio il gene della malvagità, perché non penso che qualcuno possa anche solo minimamente o lontanamente infliggermi un dispiacere. Quindi, é così che da ben 35 anni vado avanti indietro per il mondo confidando tanto nel prossimo, dando credito a cani e porci. Ma sono anche 35 anni che il più delle volte la prendo abbastanza in quel posto, non accorgendomi, per stupidigia, di mettere ripetutamente il lupo nell’ovile. Mi é capitato non poche volte di dover passare sotto le forche caudine per colpa di gente che parla un minuto prima di pensare.

Cosa spinge una persona ad andare da tua madre, fratello, cugina, migliore amica, marito o capo e spettegolare a più non posso? Cosa si accende (o si spegne) nella testa di questi individui quando spifferano in giro roba che non li concerne o peggio: roba che non esiste, che si sono inventati di sana pianta? Ed é pericolosissimo, perché di solito questa gente aggiunge qualcosa alla propria versione dei fatti, facendoti passare ancora di più per una merda. Quindi se questi vanno a riferire una di queste calunnie (perché di questo si tratta) a tua madre, fratello, cugina o migliore amica, beh, hai ancora una chance di uscirne indenne, perché sono persone che ti conoscono. Tua madre é tua madre e ti difende a spada tratta (o almeno dovrebbe). Così come la tua migliore amica; l’hai scelta proprio per quello, perché ti fidi, perché magari ci litighi pure, ma nelle cose fondamentali la pensate allo stesso modo. Ma se si tratta del tuo capo, e hai la scalogna monumentale di non averne uno furbo, allora sei nel guano. Ammesso e concesso, che ti dia la possibilità di difenderti, ti può anche ascoltare, tu puoi anche portare le prove che ti scagionano, ma ormai il danno é fatto: ci sarà sempre quest’ombra di dubbio che incomberà su di te. Ed é per questo che le maldicenze, le ciarle, possono nuocere gravemente alla salute di una persona. In tutti i sensi; anche fisicamente.

C’è invece chi lo dice in faccia che non ti sopporta. E io preferisco di gran lunga! Ma – purtroppo – la maggior parte si nasconde dietro atteggiamenti finto-amicali, spesso virati a elogiarti per camuffare il loro disprezzo. Per smascherarli alcune volte basta fare più caso a quanto parlano di te, alle loro battutine con doppi sensi e soprattutto alle frecciatine seguite spesso da “sto scherzando ovviamente!” Invidiosa? Ma che io sappia fare una cosa più di te, non é necessariamente un mio pregio, ma un tuo limite. Quindi, perché invece di rendere la vita più difficile a me, non fai causa al tuo di cervello per inadempienza contrattuale? Beh, sempre a patto che tu c’é l’abbia un cervello.

Ma se ti prude talmente il culo che non riesci a stare seduta e senti la profondissima necessità di alzarti e fare qualcosa, ma allora fai qualcosa di produttivo: vai a cagare. Magari anche controvento, così la possibilità di arrecare danno ad altri rimpicciolisce a vista d’occhio. Vai… Vai a vivere in campagna, vivi la vida loca, vai a giocare a moscacieca sull’autostrada…  Basta che ti eclissi! Il segreto per essere zen? Tenere duro mostrandosi tranquilla. Loro non aspettano altro che vederti andare in escandescenza, per confermare che hanno potere su di te e sul tuo umore.

La verità é che le persone che continuano a parlare di questioni di poca importanza probabilmente hanno qualche problema nel loro animo. Ripetono all’infinito le stesse cose per essere elusive e per nascondere le loro difficoltà e sinceramente, ascoltarle fa sorgere dubbi nel cuore.

Ha sempre ragione. Ma le buone maniere?

„Come fai col tuo lavoro a stare tranquilla, a non esplodere dal nervoso e dalla rabbia che ti viene trasmessa dalla gente nevrastenica che hai al telefono? E soprattutto a non farti prendere un coccolone dalla collera? “ – Eccola la domanda (più o meno) che consegue quando racconto alla gente che lavoro faccio. Per tutti quelli che non mi conoscono: lavoro nel reparto reclami di un importante ditta di telecomunicazioni. Mi occupo cioè, dei reclami scritti di quelli che non ne possono più di chiamare il numero verde, che stanno o che già hanno perso la brocca, quelli che sono stanchi delle solite scuse e che hanno finito le scorte di pazienza. Laddove c’é necessità di ripristinare la pace e l’ordine, lì intervengo io. Quasi come un eroina dei cartoni manga degli anni novanta… Si, perché il più delle volte, ti ci devi piegare a novanta per accontentare il tuo interlocutore, devi fare ammenda e proferire un „mia culpa“ generale. Poi devi trovare una via per la riconciliazione col cliente e farla finire a tarallucci e vino. Faccio ciò da 15 anni ormai. Ammetto: a tratti é abbastanza destabilizzante. Le persone nascoste dietro un telefono sono un po’ come quelli che insultano aggratis la gente sui social… È semplice ricorrere all’insulto, alla prepotenza, all’arroganza e a qualunque altra bassezza dialettica (incluse parole intimidatorie) quando si é comodamente seduti sul proprio divano, protetti dalle mura di casa, non dovendo guardare negli occhi la tizia che hai al telefono. Ma d’altronde si sa, chi ha pochi argomenti tende facilmente allo screditamento del proprio „avversario“.

Per ritornare alla domanda con la quale ho esordito, vi dico che non c’é né una risposta „forfettaria“ né delle istruzioni da seguire. Con gli anni però, sono riuscita ad individuare diverse tipologie di clienti e a reagire a seconda di chi mi ritrovo davanti.

  • Il precisino. É meticoloso barra cagacazzo. Campione del mondo di pignoleria. Chiede di modificare continuamente pochi (insignificanti) dettagli più e più volte. É molto, troppo attaccato al perfezionismo. E soprattutto: polemico! É propenso a discutere senza fine. E se per caso ritardi di qualche ora la tua risposta via e-mail, ti chiama in continuazione per farti notare il suo disappunto e per mettere in evidenza la tua poca professionalità… Un eterno insoddisfatto!
    -> REAZIONE: É una partita persa. Assecondare la situazione e pregare che arrivi presto la sera.
  • Il saccente. Il solito tuttologo. Gli adoro. Sono loro gli esperti anche se nella vita si occupano di carotaggio o di api vasaie. Delle attività, a loro volta necessarie e interessanti, ma ben lontani dal mondo della telecomunicazione. Ebbene, nella sua lettera di reclamo il sapientone allega tutta una serie di informazioni raccolte da riviste del settore, blog specialistici e forum vari che appoggiano la sua tesi. Infatti, quello che il nostro cliente, che per l’occasione si improvvisa pseudotecnico, ha appena appreso a zonzo per il web concorda con la sua inoppugnabile opinione, e (chiaramente) da più retta a quanto appreso in rete a quello che gli stai dicendo tu! Spesso é anche maschilista, perché TU sei una donna, ergo: non capisci una cippa di scienza tecnologica, figuriamoci di telecomunicazione. Ma lui si, lui sa tutto sulla situazione perché il cognato del marito della cugina di terzo grado si é trovato ESATTAMENTE nella stessa situazione e quindi TU non stai per dirgli niente di nuovo. Lui conosce ogni tua affermazione e con ogni „mhmm“, da parte sua, é come se volesse sottolineare che conosce già quello che gli stai dicendo: „Si, ho sentito…“, „Ho letto..“, „Ovvio!“ – É una persona, che a me risulta molto antipatica (anche fuori dall’ambito lavorativo…), perché spesso si pone alla conversazione con fare da sfida, come per dire „io ne capisco più di te“. Ed é proprio in quel frangente che ti viene da chiedergli: „Ma allora, perché non te lo risolvi da solo il problema?“ Tante volte si tratta dell’avvocato di turno, che spara articoli e paragrafi a destra e manca e tu, siccome non parli „l’avvocatesco“, sei solo una poveraccia incompetente.
    -> REAZIONE: Dopo aver invocato san Paolino di benedirmi con tanta pazienza e calma e l’emoglobina è riscesa di qualche punto, mi ricompongo e provo a darmi un contegno: lui vive di fatti, e anche se glieli grattugi sotto il naso come si fa col parmigiano, non ti crederà mai. Lo lascio dunque credere quello che vuole. Poi, in un secondo momento, con l’ausilio di persone più competenti nei vari campi (tecnici professionisti, avvocati, etc.) metto nero su bianco la nostra presa di posizione e gli faccio il regalo più bello che puoi fare al saputello: una lettera pregna di articoli, paragrafi, accostamenti con casi precedenti, numeri, fatti…
  • Il passivo aggressivo: Di solito ha l’oroscopo di merda: Marte che litiga con Venere e Saturno che butta a lasso i suoi cerchi in testa a Giove. Palesemente burbero. La comunicazione é unidirezionale ed é difficile stabilire punti di contatto. Poi cambia e lascia spazio al suo bel atteggiamento da lord inglese e incomincia a sbraitare… Ma tanto. Di solito senza motivo. Conosce tutte le imprecazioni in aramaico antico e ha sempre una „parolina“ dolce da dispensare. Seguono insulti e/o minacce. Di solito non mi spavento mai per questi gentili avvertimenti che subisco, tranne quell’unica volta che mi sono cagata addosso senza bisogno di bifidus.
    -> REAZIONE: Stai tranquilla. Il bello é che questo tipo di cliente passa sempre e comunque subito dalla parte del torto e quindi, dopo averlo richiamato più volte all’ordine con fare gentile (ma solo le prime 25 volte) puoi incominciare a scaldarti anche tu un nìnin… Ed é lì che può scaturire una reazione a catena: trovandosi davanti una persona che adotta la sua medesima linea di condotta „fumantina“ codesto cliente può a) rendersi conto che sta pisciando fuori dal vaso e darsi na bella calmata o b) gridare ancora più forte ed in modo impetuoso contro di te. In questo caso, esiste solo il piano d’emergenza: congedarsi in modo affabile e con tante belle cose attaccare il telefono.
  • ll diffidente: Questo tipo di cliente é, sottilmente, convinto che gli altri vogliano raggirarlo, truffarlo o sfruttarlo. É in continua ricerca di rassicurazioni. Difficile da gestire perché pieni di pregiudizi e preconcetti. É cauto lui e molto silenzioso. Risponde alle tue domande con fatica. Me lo immagino che tiene le braccia incrociate e con l’espressione del viso che non capisci, se é interessato o invece non vede l’ora che la pianti e te ne vai, con un fare appena appena sospettoso di chi ti scruta e ti studia attentamente. E difficilmente distratto e tiene sempre la guardia alta.
    -> REAZIONE: Il cliente moderno è facile a risentirsi e offendersi, quindi dimostro interesse e cortesia, comunicando in modo trasparente, onesta e autentica. Devo evitare di farlo chiudere a riccio, argomentando con dimostrazioni pratiche. Eh sì, perché non saranno le parole a convincerlo ma le mie azioni.
  • Il cliente logorroico. É l’esatto opposto della persona diffidente. Un chiacchierone che ti sommerge sotto una valanga di parole. Parla, parla e parla ancora, saltando da soggetto a soggetto, perché ha un’intima esigenza di piacere. Tu provi ad intervenire con qualche informazione o osservazione ma lui non ti ascolta. Non ha nemmeno sentito che tu hai aperto bocca, o forse pure sì, ma non gli interessa. Preferisce continuare a parlare, concentrandosi solo ed unicamente su sé stesso. Si, perché lui adoooora sentirsi parlare. Quelli più egocentrici poi, amano fare sfoggio di sé e provano una profonda soddisfazione quando gli altri riconosco in loro doti e qualità. Un esibizionista telefonico insomma!
    -> REAZIONE: Prima di ottenere un bel mal di testa che potrebbe anche sfociare in un’emicrania, devi reagire. Bisogna fermarlo, costringendolo ad una risposta chiusa (SI o NO), mantenendo tu la rotta (non permettendogli d’impostare la direzione della discussione), e perché no, facendogli anche capire, in modo garbato e simpatico che non è l’unico cliente a cui dovrai fare da babysitter oggi. Messaggi subliminali del tipo “Prima che mi occupi del prossimo cliente, voglio essere sicura che lei…”, potrebbero aiutare.

E poi ci sono loro! Quelli simpatici, che ti rendono la giornata un po’ più luminosa, che hanno sempre la battuta pronta per strapparti un sorriso. Espansivi. Che ti fanno dono della loro leggerezza e joie de vivre. Estroversi, affabili… Che non usurano la tua pazienza, che non ti fracassano i maroni, che non hanno delle frustrazioni da farti scontare, che capiscono anche quando sbagliano loro e addirittura si scusano. Quelli che non credono nella durezza ma anche nei momenti critici, riescono a darti un feedback costruttivo. Che mostrano rispetto e sono fantasticamente empatici. Quelli che riescono a parlare T.R.A.N.Q.U.I.L.L.A.M.E.N.T.E.

E tu? Che cliente sei?

In ufficio… Capitolo terzo

8 di mattina. Ci troviamo in un ufficio qualunque nella “north country” per eccellenza. Parlo della Svizzera, dove fa bel tempo 30 giorni l’anno… Poi la temperatura cambia vorticosamente da caldo Buenos Aires a freddo Reykjavík, e se ti azzardi a mettere fuori il naso senza cappello (per il naso), ti prendi la polmonite come la Clinton.

Sono arrivata da poco e mi trovo ancora in modalità merluzzo surgelato, pronta ad essere impanata e diventare un bastoncino findus, che mi accorgo indistintamente del buio pesto che regna in questo posto… Le tapparelle erano abbassate.

Già che in questo buco sperduto tra le Alpi è sempre un tantino grigio (leggermente, eh); al massimo varia da argento a bianco scuro o nero cromato. Quindi con ste veneziane sprangate, era tutto ancora più tetro, sinistro… Faceva molto casa Addams di notte… Senza candele… Con la veranda che dà sul cimitero. Sudavo freddo e non so perché mi é sembrato di vedere l’ologramma di Dario Argento. *buuuuuuh* – *risatasinistradabrivido*

Suppongo: Evidentemente le avvolgibili si saranno congelate durante la notte. Sfido; è ottobre inoltrato e siamo già a meno 13 gradi, quindi penso che fosse quasi pronosticabile. Una dopo l’altra arrivano le amatissime colleghe e tutte fanno la stessa domanda (fessa): “Ma come mai non alziamo le tapparelle?” Le più comunicative (quindi non io) fanno partecipe le ultime arrivate furbe e “perspicacissime”, dell’intoppo elettronico e una dopo l’altra si mette l’anima in pace: finché il buon patrono delle tapparelle elettroniche non ci manderà qualche raggio di sole a sciogliere le stalattiti, noi dovremmo lavorare al lume di candela… E qualche lampadina.

E poi. Arriva: Er mejo! Anche lui fa la domanda del giorno (e te pareva); la replica ormai arriva in coro. Ma lui – er mejo – ha questa simpatica caratteristica che lo eleva dalla plebe: non ci crede! Perché? Semplice: perché non é stato lui a metter mano! Ecco. Diciamo, che il suo scetticismo é un antico „marchio di fabbrica“.

Dunque si dirige verso il pannello di controllo e comincia la sua corazzata contro le tapparelle congelate, le quali chiaramente, non si lasciano intimorire dal suo ditino nervoso e rimangono immobili. Cioè, non ci pensano manco per l’anticamera a darsi na mossa.

Bene. Il signorino quindi, rassegnato, si dirige verso la sua postazione di combattimento ed espira un fierissimo “almeno ci provato”. E certo, menomale che sei arrivato tu! noi abbiamo provato a farle muovere solo con la forza del pensiero, pirla! *palmface*

 

Attenzione: Quanto narrato è opera di fantasia. (Quasi) Ogni riferimento a cose, persone o fatti realmente accaduti è puramente casuale. 

La mia India.

Non penso di essere capace di descrivere quello che ha scosso dentro di me, il viaggio che un mese fa mi ha portato a fare visita ad uno dei paesi più popolati della terra. Eh sì… Anche se è il settimo paese per estensione geografica al mondo, ho avuto l’impressione che 1,3 miliardi di persone ci stessero strette. Un paese complicato, difficile, incasinato, confuso, strano, in contraddizione ma magnifico. Si. Un paese di grandi contraddizioni.

Appena uscita dall’aeroporto e inoltrandomi in quello che sembrava un forno a 220 gradi mi è venuto quasi un colpo: sono rimasta travolta da una vampata di calore mai provata prima. Quell’afa mi ha fatto boccheggiare e i capelli mi sono diventati „crespo-nuvola“. I miei ricci si sono praticamente appiattiti senza bisogno della piastra. Sembravano asciugati con l’aerosol. „Aripijate“, pensavo. Non volevo assolutamente dare all’occhio (anche se ero già a buon punto con la mia pelle color mozzarella di bufala e i miei vestiti assai occidentali). Per fortuna l’autista mi stava aspettando e sinceramente ero contenta di non essere sola. La mia guida personalissima mi ha tenuta sott’occhio per tutti i 12 giorni. E grazie al cielo! Avrei avuto i miei bei problemucci per praticamente tutto: dal reclamare la carta igienica in camera (ma si, perché usare la carta se si ha la comodità di avere sempre due mani appresso?) a fare il biglietto per la metropolitana! Ma invece, grazie a “la mia compagnia delle Indie” ero abbastanza tranquilla, per quanto è possibile rilassarsi in quei posti!

Il tassì sul quale viaggiavamo, percorreva le vie e viuzze della capitale indiana più o meno a 130 chilometri all’ora. Na scheggia impazzita! Sembrava stare in un videogiochi: una di quelle realtà virtuali nelle quali devi schivare le altre macchine, fare attenzione a non ammazzare le persone e assolutissimamente evitare di danneggiare le mucche sacre, che, in tutta tranquillità facevano la loro passeggiatina di salute. Ma non su di un prato o nelle colline in fiore, no, in mezzo alla strada. E nemmeno ai bordi o sui marciapiedi! No. Li, proprio in mezzo alle due corsie (o erano tre, o quattro?) Immobili. Imperturbabili. Con la faccia di chi pensa: “tanto non mi puoi toccare…“, perché infatti è così. Si finisce in prigione se freddi na mucca! Oddio… Poi, come se non bastasse, ci sono anche i risciò e i pittoreschi tuk-tuks che non vanno presi sotto. Ripeto: Vietato travolgere questi veicoli! Che oltretutto hanno anche l’impressione di essere alla guida di una Ferrari testa rossa! Sì, perché loro la prendono molto sul personale, se un’autovettura (logicamente) dotata di un motore più potente del loro, si permette di sorpassarli. E niente… Quindi ci si ritrova in questo simpatico gran premio della pericolosità senza nemmeno avere la possibilità di prendere fiato, visto che l’aria pesante non lo permette e se vuoi che il tuo tassinaro attivi l’aria condizionata per te, devi anche pagare un supplemento! Già.

Gli indiani sono curiosi. Sono molto interessati. Diciamo pure: un po’ ficcanaso. Mi facevano molte domande. „Che lavoro fai?“, „ti piace l’India?“, „ma quello é proprio il colore della tua pelle?“ e sempre, sempre e soprattutto: “da dove vieni?” E non importava quale paese tu pronunciassi, loro rispondevano sempre con „oooh, nice country!“ Però c’è l’avevano con l’Italia: „Italy? Oooohhh, Mafia!“ o „You have bad Economy there!“, beh, non mi sembra che qui sia tutto rose e fiori (di loto). Ma forse mi sbaglio io e le persone che si stanno adagiando sul marciapiede per la notte sono solo degli attori bollywoodiani che avete messo lì, giusto per non smentire i cliché sull’India, ovvero una povertà davvero agghiacciante. Cercavo sempre di rispondere loro nel modo più garbato possibile. Anche se mi stavano leggermente sulle balle i maschietti indiani. Tendono ad avere una bassa opinione delle donne occidentali. E si vede benissimo. Non sono mancati insulti e manifestazioni di disprezzo.

DELHI.
È caos fu.

I primi giorni in Oriente li ho passati a nuova Delhi. E da buona turista, mi sono fatta accompagnare a vedere i siti più paparazzati della città: Red Fort (il forte di Delhi, patrimonio dell’UNESCO), Lotus Temple (il tempio Bahai che ha l’aspetto del bocciolo di un fiore di loto), India Gate (l’arco di trionfo indiano), Chandni Chowk (il basar-baraonda della capitale) e Rajiv Chowk con il nuovissimo Connaught Place. E non credete: queste “scampagnate” erano sempre assai macchinose e stancanti. Purtroppo ti trovi a fare i conti con la disorganizzazione che crea problemi di tutti i tipi. Inoltre devi muoverti nelle prime ore del mattino, per evitare l’aria greve che comincia ad infornarti il cervello già molto prima di mezzogiorno. Devi farti strada tra persone invadenti che ti assalgono per darti mille consigli più o meno “spassionati“. Mentre le „clacsonate“ riportano la tua attenzione al transito frenetico di autovetture, bipedi e quadrupedi che fai bene a tenere sott’occhio sempre visto che non sarai mai al sicuro. Neanche sul marciapiede… E nell’aria un cattivo odore di patchouli misto merda!

Ma la cosa che forse mi stancava di più, calura estrema esclusa, era il mercanteggiare sul prezzo. Qualsiasi prezzo. Dalla corsa in tuk-tuk al tipo che stava di guardia alle scarpe, che puntualmente ti faceva togliere per entrare in qualsiasi tempio del posto. Facevo l’errore di dare per scontato qualsiasi prezzo: anche le tariffe degli hotel. Tutto è negoziabile. E se ne approfittano, pensando che da turisti, più o meno tonti, non avremo mai battuto ciglio e non ci saremo permessi di tirare sul prezzo. E quindi: Via al festival del ridicolo… Una sera per tornare dalla stazione degli autobus all’hotel dal nostro ritorno da Agra, ci hanno chiesto più di 700 Rupie. Per fare 2 chilometri! Un prezzo assurdo, visto che di chilometri ne avevamo appena fatti 550 pagando solamente 575 Rupie. Comunque, mettetevi l’anima in pace: Il prezzo aumenta in base ai tuoi abiti e alla lingua che parli (o che appunto non parli).

Lo ammetto. Questo chiasso e disordine me lo sarei aspettato in una qualche metropoli americana. Nella mia ignoranza speravo di trovare un paese di profonda spiritualità. Calmo. Sereno… E quindi non è stato niente male lasciarci alle spalle la frenesia di nuova (ma anche vecchia) Delhi e recarci un po’ più a sud. Verso…

JAIPUR.

Nel cuore del Rajasthan, la terra dei re, si trova Jaipur, la “città rosa”, per il colore predominante delle sue abitazioni. Lì, avevo intenzione di fare una „turistata“ e galoppare al dorso di un dolcissimo elefante. Ma mi sono resa conto che nonostante abbiano queste proboscidi stupendamente dipinte, non vengono tenuti come questi fantastici animali invece meritano di essere. E allora ho rinunciato a salire su Dumbo e abbiamo preso il nostro tuk-tuk alla volta de “Hava Mahal”, il palazzo dei venti. Serviva da osservatorio dal quale le donne di corte, non viste, potevano assistere alla vita della città. Fiabesco… Otto piani di finestrelle e merletti. Chiaramente rosa… O quasi… Piu o meno terracotta. Ma loro dicono che è rosa. E chi sono io per contraddirli? E vabbé, che rosa sia! E stato a Jaipur, in uno di quei ristoranti tipici che mi sono accorta del “ciondolamento” della testa degli indiani. Che è più o meno un affermazione (ma anche un forse, chissà, non lo so…) Si, perché questo popolo, per cultura, tende ad evitare di negare una possibilità. Occhio quindi ai “NO problem, ma’am!“, perché invece i problemi e gli intoppi sono proprio dietro l’angolo. Dopo solo un giorno, abbiamo lasciato Pink City per arrivare a…

UDAIPUR.

A parte, che secondo me il bus in cui viaggiavamo non è mai stato nuovo, cioè, a mio parere è uscito già da rottamare dalla „Volvo“… Dicevo, a parte questo, il nostro pullman era dotato di un vero e proprio medley di musica da clacson. Ma perché installarle tutte? Perché…? Forse perché il sistema di guida si basa praticamente sul clacson! Questo, per la quasi totale assenza di semafori e cartelli stradali, che comunque anche se c’erano, venivano considerati un optional. Siamo arrivati a Udaipur nel cuore della notte e l’unica cosa che volevo fare era: dormire. Tanto. Ero svigorita, stremata… Non c’è la facevo più. Quindi abbiamo preso l’unico tuk-tuk che ancora era in circolazione e ci siamo fatti portare al nostro hotel. Una manna dal cielo! Era lontano dal centro, lontano dagli schiamazzi, il baccano e lo scompiglio della città. E soprattutto, dal balcone che avevamo in camera, per la prima volta dopo una settimana: respiravo. Aria. La città é molto ventilata, visto che é circondata dai laghi. Un sospiro di sollievo. Inoltre, i ragazzi che lavoravano in quell’albergo erano carinissimi, disponibili e timorosi. Non amo fare pubblicità sul mio blog, ma per loro farò un eccezione: quindi se vi trovate da quelle parti, vi raccomando questo piccolo angolo di paradiso: https://www.tripadvisor.ch/Hotel_Review-g297672-d10154144-Reviews-Zade_Mount_View-Udaipur_Rajasthan.html. Fidatevi, Udaipur è molto, molto bella. Viene spesso chiamata la Venezia d’Oriente. Da segnalare: il fantastico Jagdasch Temple con una popolazione di scoiattolini striati per niente timidi e il Lake palace, costruito sull’acqua, dal quale potete assistere ad un panorama mozzafiato sul City Palace e la città vecchia, suggestiva e ricca di ponti. La città più romantica del Rajasthan.

AGRA
Assolutamente Taj Mahal: una storia d’amore.

C’è poco da dire, il mausoleo dedicato alla seconda moglie dell’imperatore Mughal é la tomba più bella del mondo. Lei, Mumtaz Mahal, era una principessa originaria della Persia e morì mentre accompagnava suo marito a Behrampur, durante una campagna per schiacciare una ribellione. Per l’imperatore una vera e propria tragedia, tanto ché in pochi mesi, per il dolore, i suoi capelli e la folta barba si diventarono completamente bianchi. E attenendosi ad una promessa fatta alla sua amata, fece erigere il “palazzo della corona”. Bello, maestoso, in marmo bianco con la famosa cupola affiancata dai quattro minareti affusolati. Il Taj luccica come un gioiello al chiar di luna e di giorno sulla cupola si può assistere ad un magico gioco di colori, che cambiano a seconda dell’ora del giorno e della stagione. E sullo sfondo lo Yamuna, il fiume che gli fa da cornice. Incantevole. Grandioso. Non per niente, dal 2007 rientra nelle sette meraviglie del mondo. Sono rimasta senza parole davanti alla maestosità di quest’opera d’arte. E lo sono tutt’ora…

In India ho visto delle cose che non dimenticherò per tutta la vita. Percorrendo in macchina una strada di un quartiere perso della città, uno spettacolo raccapricciante: chilometri e chilometri di baracche. I slums dell’India. Tristemente famosi. Ma mi sono anche riempita avidamente gli occhi di colori e il naso di odori di spezie che non sapevo nemmeno esistessero. E per una sera mi é stato donato anche un momento di quella spiritualità tanto cercata: del piccolo „old hanuman mandir“ di Delhi un guru dallo sguardo profondo ma arcigno e gli occhi color turchese, mi ha dato la sua benedizione. Abbiamo parlato per qualche minuto e con grande orgoglio mi ha fatto fare un giro nel suo tempio.

E questa l’India: interessante, mozzafiato (in tutti i sensi), contrastiva, triste ma anche (e soprattutto) meravigliosa, misteriosa e tanto, tanto colorata.

I miei 182 chili di dolore e la paura di pensare al futuro

Era questo il timore mio più grande. Si, perché il futuro mi faceva paura. Il tutto mi faceva paura. Quando sei tanto grassa, ti senti come un prigioniero di te stesso e quando te ne rendi conto, faresti di tutto per liberarti… E avvolte credi di sapere che cosa devi fare; ma non hai la minima idea di che cosa ci voglia per cambiare davvero.

Non ho mai descritto per filo e per segno la strada ciottolosa che ho dovuto percorrere per riuscire finalmente „ad evadere“; e per certo non comincerò ora. Questa vuol essere più una riflessione di due mondi a confronto. Si, perché io ne conosco ben due di mondi. Per intenderci: ne l’uno ne l’altro sono poi questa fantastica realtà, ma in quello dove mi trovo ora, faccio meno fatica. In tutti i sensi.

BEFORE: Qualche chilo fa.

Sono sempre stata la bambina grassa incollata alle vetrine degli alimentari. Quella che ha sempre le dita sporche di cioccolato… Ho esordito subito a prendere peso, credo praticamente quasi subito dopo aver lasciato l’utero di mamma. All’inizio non dava fastidio; ero „una bella pagnottella“, come dicevano in molti.

Poco a poco però, questa zavorra cominciava ad arrecarmi stress e tensione e verso i 20 anni ero dolorante: la schiena mi segnalava che non era entusiasta dei chili di troppo che mi stavo trascinando dietro, inoltre facevo una fatica immane a riprendere fiato. Il peso rendeva ogni movimento uno sforzo massacrante. Spesso pensavo che il corpo mi potesse „abbandonare“. La ciccia condizionava ogni aspetto della mia vita. Mi sentivo e mi vedevo disgustosa. Sapevo di essere la sola responsabile, ma continuavo a mangiare. Ingurgitavo pietanze che non erano salutari per la mia situazione, in più sapevo che chi mi stava attorno mi giudicava… Ma io non volevo sentire ciò che gli altri pensavano. Non m’interessava sentire chi mi faceva la conta delle calorie o la filastrocca dei grassi saturi contenuti in ciò che stavo per divorare. Saputelli… Cagamiracoli! Io volevo mangiare in santa pace, senza essere guardata male o essere criticata e perciò lo facevo (quasi sempre) di nascosto.

In più, questa situazione portava con se lo stigma dell’imbarazzo: la mia corporatura mi rendeva un bersaglio assai facile, ahimé. La gente é molto crudele. Le sentivo le risatine. Sentivo i loro commenti ignoranti. Viscidi. E quante pagine potrei riempire con i vari „complimenti“ ricevuti…Tutti gli occhi erano sempre puntati su di me e non per i motivi giusti. Nei miei confronti tanta intolleranza, un bullismo silente. Interagire con le persone, specialmente maschili, mi rendeva nervosa, a disagio, perché non sapevo mai cosa potessero dire. La persona obesa è quasi sempre considerata un soggetto patologico il cui passaporto registra unicamente peso e colesterolo. Come disse Bruce Guberman: „Tutti sappiamo che l’eccesso di peso è rimasto l’ultimo oggetto consentito di pregiudizio, che i grassi sono gli unici bersagli ammissibili della disapprovazione e dello scherno generale nel nostro mondo politicamente corretto.“

La verità é che non é mai stata, ovviamente, una mia scelta essere grassa. Anche se non ho mai sofferto di qualche patologia metabolica o endocrina, ne tantomeno di ossa esageratamente pesanti. Semplicemente nella grande lotteria della genetica mi é toccato il bigliettino „panzona“. La natura avvolte, non é madre ma „matrigna“.

Eppure minchia (scusate, ma quanno c’é vò, c’é vò), quante diete ho fatto. Quante cure, quanti consigli ho seguito. Quanti rituali ho provato ad eseguire… Quante magie. Bianche, nere, turchesi e ciclamino. Quante preghiere. Tutte quelle che avevo in repertorio. Tante imprecazioni. Tant’acqua. „Bevi, bevi tanto“, mi dicevano. Quanta, troppa energia. Quanto sport. Quante visite mediche. Quanti (pre)giudizi. Quanti rimproveri. Quante lacrime. E soprattutto: quanta poca sensibilità. Perché già, con un donnone così grosso, non c’é assolutamente bisogno di essere delicati.

Ne ho provate di ogni. Ma niente.

Penso che la celebre goccia che ha fatto traboccare il mio vaso si chiamasse LIBERTÀ. Non sopportavo il fatto che il mio corpo decretasse ad esempio, la fine anticipata di una passeggiata, la qualità del mio sonno o che mi limitasse in qualsiasi altra circostanza… Specialmente se a scapito delle mie passioni, quali cantare, fotografare e soprattutto: viaggiare. Sì, perché tutto diventa difficile se sei obeso: il fiato corto quando attacchi con la seconda strofa, o l’abbassarti per un’inquadratura migliore o adagiare il tuo deretano nella poltroncina dell’aereo. Quando il mio peso ha iniziato ad interferire con il mio „spirito libero“ e tutto ciò che esso comportava, non potevo lasciare il mio destino in mano a delle diete iellate e cure che su di me non avevano nessun esito. Ho preso in mano le redini della mia vita decidendo di intraprendere il percorso che mi ha portato all’intervento e al dimagrimento.

AFTER: Qualche etto in meno.

Oggi, sono passati esattamente 4 anni dal mio intervento. Se ci penso mi vengono ancora i brividi. Anche perché fino a quando tu entri in sala operatoria vieni seguita da dottori, chirurghi, il buon Freud reincarnato in qualche zelante psicologo, il foro competente della nasa, apprendisti maghi e tutto il reparto della rava e della fava. Ma quando poi esci dall’ospedale, te la devi vedere da sola…

Cosa faccio ora? Come reagisco alle intemperie della vita? Io ho sempre reagito in una sola maniera. Mangiando. Ansia: Ergo: Cibo. Ma ora non si può più. Il „tutor“ che mi avevano installato nel corpo non avrebbe permesso l’afflusso di ciò che per anni mi aveva consolato. Il mio porto sicuro, la mia tranquillità.

… Come si fa a prendere una vita piena di dolore e lasciarla andare?

Questo testo l’ho scritto tanto tempo fa, quando la mia vita sembrava dovesse andare in un’unica direzione: quella sbagliata. Questi erano i miei pensieri, molto prima di concludere che l’unica via d’uscita sarebbe stato un drastico intervento. E possibile che pensassi sempre e comunque di incappare in un merdone fotonico? Ebbene si.

„Ho paura di passare la mia vita sognando. Che, alla fine non è una cosa brutta, sognare fa bene, però anche il concretizzare di uno di questi sogni sarebbe formidabile. Di più. Fenomenale. Di più. Fuori da questo mondo. Di più. Sarebbe come volare. Sarebbe una melodia armoniosa, una di quelle che fanno bene all’anima. Una di quelle che ascolti quando sei giù e vorresti tanto lasciare il mondo fuori di casa, quella ti fa sentire bene, ti rinvigorisce e ti da un motivo per riaprire la porta e lasciare che il mondo, che la vita sia. Ma melodia non é. Più che altro è una cacofonia. Una disarmonia totale… Perché… Perché quando prendi in faccia così tante porte e poi cerchi di entrare dalla finestra e per il camino, degna di essere premiata come promessa babba natale, e sognare é l’unica scappatoia che ti rimane. Sogni, perché oltre a essere l’eterna inadatta a tutto e tutti, beh, li o ti butti da qualcosa di più alto di un marciapiede o almeno provi a stare in vita, a fare i prossimi 500 km con il pieno che ti ha appena regalato uno di questi sogni… Eeeehhh… „Mi dispiace. Sei troppo… Troppo… Troppo… Come dire…?“ Silenzio imbarazzante. Te la dico io la parola che stai cercando o magari per un eccesso di delicatezza superficiale non dici: GRASSA. BRUTTA. NON FOTOGENICA. TROPPO… TROPPA! Sai, non ho nemmeno bisogno che tu me le dica queste cose. Le so già. Figurati. È una vita che vivo con me stessa e che mi guardo allo specchio. „Ma no, dai. Non prenderla sul piano personale!“, quanto mi fa incacchiare questa frase fatta (fatta col culo) MA LO STAI DICENDO A ME, COME FACCIO A NON PRENDERLA SUL PERSONALE? „No, maaa…“ C’è sempre un MA nella mia vita, sempre un stramaledettismo MA che mi ha sempre messo i bastoni tra le ruote. E mi ritrovo di nuovo li, quella brutta impressione di trovarmi sempre al punto di partenza. Come in uno di quegli incubi dove corri, corri, ma non ti muovi mai…“

Ed é per questo che dovevo riprendere possesso della mia vita. Dovevo imparare a vivere il presente. Lo dovevo sopratutto a me stessa. E così, passettino dopo passettino ci sono riuscita… Passettini che con il tempo sono diventati sempre più veloci. Non sono più ferma. Anzi. Ad un certo punto sembravo Mammolo che aveva preso troppe vitamine. Riuscivo a camminare senza ansimare per ore, a dormire in modo sano e senza andare ripetutamente in apnea. Riuscivo ad allacciarmi le scarpe senza fare delle strane capriole per arrivare alle scarpe. Ho scoperto nuove passioni apparentemente superficiali, come la moda e la mia predilezione per i vestiti e gonne.

Ho scoperto che IO andavo bene. Il modo di vedermi, di concepirmi. Prima mi ritenevo una persona debole ed incapace. Mi ero lasciata andare. Tanto. Troppo. Ma ho scoperto che non c’è niente che non possa fare se voglio farla.