Vita da pendolare – la vendetta!

Ho appena finito di lavorare e sinceramente, dopo una giornata fatta di super-cazziatoni, gente frustrata e avvocati improvvisati per incutermi timore in non so quale modo (visto che non ho paura di parlare con persone più colte di me, anzi, magari imparo anche qualcosa, che é anche un po’ l’ora), diciamo che avevo assorbito la mia dose giornaliera di sparaballe ed esaurito quelle misere riserve di tolleranza e pazienza che mi trovavo nei meandri delle mie cellule.

In stazione, inutile dirlo, si aggirano gli individui più loschi e anche dei gran matti. Ma ormai sono avvezza a tutto ciò; sono 20 anni che non faccio altro che andare avanti e indietro con treni e tram vari. Ho fatto anche conoscenza con le mitiche poltroncine di finta pelle dei vecchi treni regionali. Quelli rossi e verdi, che quando d’estate ti sedevi al posto sbagliato, cioè dove il sole aveva baciato per ore le graziose seggioline, tu, che se nella malaugurata ipotesi avevi indosso un pantaloncino o una gonna, ti ritrovavi con una simpatica ustione di terzo grado alle gambe.

Quindi eccomi qui in stazione centrale, bella beata e aspettando la coincidenza per tornare a casa. E mentre pensavo a cosa fare per prima cosa appena sarei arrivata (buttarmi a peso morto sul letto o non buttarmi? Questo è il problema!), da destra appare uno di quei brutti ceffi. Ma brutto… Uno che non vorresti incontrare manco sotto il sole di ferragosto, figurati di sera, al freddo e al gelo, con le pal(l)e eoliche che ti girano perché stai per morire surgelata… Dunque, il gentiluomo col ciuffo che faceva provincia si avvicina e con dei modi da gran signore, mi fa: „BUON ANNO!“ – Euforico! Felice! Pallido! Un appartenente alla misteriosa e indefinita categoria nosologica della nevrastenia! Non so se ero più spaventata dal fatto che avrebbe potuto essere lui il cantante di „fammi crescere i denti davanti“, visto che contava un dente ogni quarto d’ora, o se mi arrecasse più fastidio il suo alito fetido da iena.

Abbastanza allibita dal suo augurio a scoppio assai ritardato (visto che a giorni saranno passate 3 settimane) balbetto sussurrando un: „eh, beh, anche a te“. Premetto: lo so che fissare la bava che gli stava uscendo dal lato della bocca e farfugliare sillabe a cacchio non sono i gran modi da Arcivescovo di Canterbury, ma spezzando una lancia in mio favore: penso che se gli avessero fatto un test del sangue, sarebbe stato già tanto se il sangue gliel’avessero trovato. Il tasso di alcolemia in quel tipo lì, non si sarebbe potuto manco lontanamente constatare con l’etilometro.

Insomma, per forza maggiore, e visto il gran casino che si trova in stazione a quell’ora lui non ha ben sentito, che io gli avevo anche un po’ risposto. Ed è per questo che con fare stizzito si rivolge ai suoi compari di merenda e gli fa: „Va a far del bene… Gli ho augurato buon anno a questa e manco mi risponde…“ E loro giù a ridere, Dio solo sa perché.

Non capitemi male: io avrei veramente voluto chiarire il malinteso, ma proprio in quel mentre, ecco accadere l’inevitabile: lui volge le spalle alla sua équipe, guarda me e…: mi spara uno di quei rutti, che il timpano mi é uscito fuori dalla tromba di Eustachio a chiedere pietà. Le orecchie ancora mi fanno Giacomo-Giacomo se ci penso e sinceramente mi è sembrato di sentire venir su le lasagne che ho mangiato alla mia prima comunione. Lasciatemelo dire: MINKIA! Una tromba del giudizio! Ma che cosa ti sei bevuto? La distilleria di Faenza? Ma sei umano? Quanti scarabei stercorari ti sei fatto fuori a colazione?

Non ci siamo più chariti.

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