La mia India.

Non penso di essere capace di descrivere quello che ha scosso dentro di me, il viaggio che un mese fa mi ha portato a fare visita ad uno dei paesi più popolati della terra. Eh sì… Anche se è il settimo paese per estensione geografica al mondo, ho avuto l’impressione che 1,3 miliardi di persone ci stessero strette. Un paese complicato, difficile, incasinato, confuso, strano, in contraddizione ma magnifico. Si. Un paese di grandi contraddizioni.

Appena uscita dall’aeroporto e inoltrandomi in quello che sembrava un forno a 220 gradi mi è venuto quasi un colpo: sono rimasta travolta da una vampata di calore mai provata prima. Quell’afa mi ha fatto boccheggiare e i capelli mi sono diventati „crespo-nuvola“. I miei ricci si sono praticamente appiattiti senza bisogno della piastra. Sembravano asciugati con l’aerosol. „Aripijate“, pensavo. Non volevo assolutamente dare all’occhio (anche se ero già a buon punto con la mia pelle color mozzarella di bufala e i miei vestiti assai occidentali). Per fortuna l’autista mi stava aspettando e sinceramente ero contenta di non essere sola. La mia guida personalissima mi ha tenuta sott’occhio per tutti i 12 giorni. E grazie al cielo! Avrei avuto i miei bei problemucci per praticamente tutto: dal reclamare la carta igienica in camera (ma si, perché usare la carta se si ha la comodità di avere sempre due mani appresso?) a fare il biglietto per la metropolitana! Ma invece, grazie a “la mia compagnia delle Indie” ero abbastanza tranquilla, per quanto è possibile rilassarsi in quei posti!

Il tassì sul quale viaggiavamo, percorreva le vie e viuzze della capitale indiana più o meno a 130 chilometri all’ora. Na scheggia impazzita! Sembrava stare in un videogiochi: una di quelle realtà virtuali nelle quali devi schivare le altre macchine, fare attenzione a non ammazzare le persone e assolutissimamente evitare di danneggiare le mucche sacre, che, in tutta tranquillità facevano la loro passeggiatina di salute. Ma non su di un prato o nelle colline in fiore, no, in mezzo alla strada. E nemmeno ai bordi o sui marciapiedi! No. Li, proprio in mezzo alle due corsie (o erano tre, o quattro?) Immobili. Imperturbabili. Con la faccia di chi pensa: “tanto non mi puoi toccare…“, perché infatti è così. Si finisce in prigione se freddi na mucca! Oddio… Poi, come se non bastasse, ci sono anche i risciò e i pittoreschi tuk-tuks che non vanno presi sotto. Ripeto: Vietato travolgere questi veicoli! Che oltretutto hanno anche l’impressione di essere alla guida di una Ferrari testa rossa! Sì, perché loro la prendono molto sul personale, se un’autovettura (logicamente) dotata di un motore più potente del loro, si permette di sorpassarli. E niente… Quindi ci si ritrova in questo simpatico gran premio della pericolosità senza nemmeno avere la possibilità di prendere fiato, visto che l’aria pesante non lo permette e se vuoi che il tuo tassinaro attivi l’aria condizionata per te, devi anche pagare un supplemento! Già.

Gli indiani sono curiosi. Sono molto interessati. Diciamo pure: un po’ ficcanaso. Mi facevano molte domande. „Che lavoro fai?“, „ti piace l’India?“, „ma quello é proprio il colore della tua pelle?“ e sempre, sempre e soprattutto: “da dove vieni?” E non importava quale paese tu pronunciassi, loro rispondevano sempre con „oooh, nice country!“ Però c’è l’avevano con l’Italia: „Italy? Oooohhh, Mafia!“ o „You have bad Economy there!“, beh, non mi sembra che qui sia tutto rose e fiori (di loto). Ma forse mi sbaglio io e le persone che si stanno adagiando sul marciapiede per la notte sono solo degli attori bollywoodiani che avete messo lì, giusto per non smentire i cliché sull’India, ovvero una povertà davvero agghiacciante. Cercavo sempre di rispondere loro nel modo più garbato possibile. Anche se mi stavano leggermente sulle balle i maschietti indiani. Tendono ad avere una bassa opinione delle donne occidentali. E si vede benissimo. Non sono mancati insulti e manifestazioni di disprezzo.

DELHI.
È caos fu.

I primi giorni in Oriente li ho passati a nuova Delhi. E da buona turista, mi sono fatta accompagnare a vedere i siti più paparazzati della città: Red Fort (il forte di Delhi, patrimonio dell’UNESCO), Lotus Temple (il tempio Bahai che ha l’aspetto del bocciolo di un fiore di loto), India Gate (l’arco di trionfo indiano), Chandni Chowk (il basar-baraonda della capitale) e Rajiv Chowk con il nuovissimo Connaught Place. E non credete: queste “scampagnate” erano sempre assai macchinose e stancanti. Purtroppo ti trovi a fare i conti con la disorganizzazione che crea problemi di tutti i tipi. Inoltre devi muoverti nelle prime ore del mattino, per evitare l’aria greve che comincia ad infornarti il cervello già molto prima di mezzogiorno. Devi farti strada tra persone invadenti che ti assalgono per darti mille consigli più o meno “spassionati“. Mentre le „clacsonate“ riportano la tua attenzione al transito frenetico di autovetture, bipedi e quadrupedi che fai bene a tenere sott’occhio sempre visto che non sarai mai al sicuro. Neanche sul marciapiede… E nell’aria un cattivo odore di patchouli misto merda!

Ma la cosa che forse mi stancava di più, calura estrema esclusa, era il mercanteggiare sul prezzo. Qualsiasi prezzo. Dalla corsa in tuk-tuk al tipo che stava di guardia alle scarpe, che puntualmente ti faceva togliere per entrare in qualsiasi tempio del posto. Facevo l’errore di dare per scontato qualsiasi prezzo: anche le tariffe degli hotel. Tutto è negoziabile. E se ne approfittano, pensando che da turisti, più o meno tonti, non avremo mai battuto ciglio e non ci saremo permessi di tirare sul prezzo. E quindi: Via al festival del ridicolo… Una sera per tornare dalla stazione degli autobus all’hotel dal nostro ritorno da Agra, ci hanno chiesto più di 700 Rupie. Per fare 2 chilometri! Un prezzo assurdo, visto che di chilometri ne avevamo appena fatti 550 pagando solamente 575 Rupie. Comunque, mettetevi l’anima in pace: Il prezzo aumenta in base ai tuoi abiti e alla lingua che parli (o che appunto non parli).

Lo ammetto. Questo chiasso e disordine me lo sarei aspettato in una qualche metropoli americana. Nella mia ignoranza speravo di trovare un paese di profonda spiritualità. Calmo. Sereno… E quindi non è stato niente male lasciarci alle spalle la frenesia di nuova (ma anche vecchia) Delhi e recarci un po’ più a sud. Verso…

JAIPUR.

Nel cuore del Rajasthan, la terra dei re, si trova Jaipur, la “città rosa”, per il colore predominante delle sue abitazioni. Lì, avevo intenzione di fare una „turistata“ e galoppare al dorso di un dolcissimo elefante. Ma mi sono resa conto che nonostante abbiano queste proboscidi stupendamente dipinte, non vengono tenuti come questi fantastici animali invece meritano di essere. E allora ho rinunciato a salire su Dumbo e abbiamo preso il nostro tuk-tuk alla volta de “Hava Mahal”, il palazzo dei venti. Serviva da osservatorio dal quale le donne di corte, non viste, potevano assistere alla vita della città. Fiabesco… Otto piani di finestrelle e merletti. Chiaramente rosa… O quasi… Piu o meno terracotta. Ma loro dicono che è rosa. E chi sono io per contraddirli? E vabbé, che rosa sia! E stato a Jaipur, in uno di quei ristoranti tipici che mi sono accorta del “ciondolamento” della testa degli indiani. Che è più o meno un affermazione (ma anche un forse, chissà, non lo so…) Si, perché questo popolo, per cultura, tende ad evitare di negare una possibilità. Occhio quindi ai “NO problem, ma’am!“, perché invece i problemi e gli intoppi sono proprio dietro l’angolo. Dopo solo un giorno, abbiamo lasciato Pink City per arrivare a…

UDAIPUR.

A parte, che secondo me il bus in cui viaggiavamo non è mai stato nuovo, cioè, a mio parere è uscito già da rottamare dalla „Volvo“… Dicevo, a parte questo, il nostro pullman era dotato di un vero e proprio medley di musica da clacson. Ma perché installarle tutte? Perché…? Forse perché il sistema di guida si basa praticamente sul clacson! Questo, per la quasi totale assenza di semafori e cartelli stradali, che comunque anche se c’erano, venivano considerati un optional. Siamo arrivati a Udaipur nel cuore della notte e l’unica cosa che volevo fare era: dormire. Tanto. Ero svigorita, stremata… Non c’è la facevo più. Quindi abbiamo preso l’unico tuk-tuk che ancora era in circolazione e ci siamo fatti portare al nostro hotel. Una manna dal cielo! Era lontano dal centro, lontano dagli schiamazzi, il baccano e lo scompiglio della città. E soprattutto, dal balcone che avevamo in camera, per la prima volta dopo una settimana: respiravo. Aria. La città é molto ventilata, visto che é circondata dai laghi. Un sospiro di sollievo. Inoltre, i ragazzi che lavoravano in quell’albergo erano carinissimi, disponibili e timorosi. Non amo fare pubblicità sul mio blog, ma per loro farò un eccezione: quindi se vi trovate da quelle parti, vi raccomando questo piccolo angolo di paradiso: https://www.tripadvisor.ch/Hotel_Review-g297672-d10154144-Reviews-Zade_Mount_View-Udaipur_Rajasthan.html. Fidatevi, Udaipur è molto, molto bella. Viene spesso chiamata la Venezia d’Oriente. Da segnalare: il fantastico Jagdasch Temple con una popolazione di scoiattolini striati per niente timidi e il Lake palace, costruito sull’acqua, dal quale potete assistere ad un panorama mozzafiato sul City Palace e la città vecchia, suggestiva e ricca di ponti. La città più romantica del Rajasthan.

AGRA
Assolutamente Taj Mahal: una storia d’amore.

C’è poco da dire, il mausoleo dedicato alla seconda moglie dell’imperatore Mughal é la tomba più bella del mondo. Lei, Mumtaz Mahal, era una principessa originaria della Persia e morì mentre accompagnava suo marito a Behrampur, durante una campagna per schiacciare una ribellione. Per l’imperatore una vera e propria tragedia, tanto ché in pochi mesi, per il dolore, i suoi capelli e la folta barba si diventarono completamente bianchi. E attenendosi ad una promessa fatta alla sua amata, fece erigere il “palazzo della corona”. Bello, maestoso, in marmo bianco con la famosa cupola affiancata dai quattro minareti affusolati. Il Taj luccica come un gioiello al chiar di luna e di giorno sulla cupola si può assistere ad un magico gioco di colori, che cambiano a seconda dell’ora del giorno e della stagione. E sullo sfondo lo Yamuna, il fiume che gli fa da cornice. Incantevole. Grandioso. Non per niente, dal 2007 rientra nelle sette meraviglie del mondo. Sono rimasta senza parole davanti alla maestosità di quest’opera d’arte. E lo sono tutt’ora…

In India ho visto delle cose che non dimenticherò per tutta la vita. Percorrendo in macchina una strada di un quartiere perso della città, uno spettacolo raccapricciante: chilometri e chilometri di baracche. I slums dell’India. Tristemente famosi. Ma mi sono anche riempita avidamente gli occhi di colori e il naso di odori di spezie che non sapevo nemmeno esistessero. E per una sera mi é stato donato anche un momento di quella spiritualità tanto cercata: del piccolo „old hanuman mandir“ di Delhi un guru dallo sguardo profondo ma arcigno e gli occhi color turchese, mi ha dato la sua benedizione. Abbiamo parlato per qualche minuto e con grande orgoglio mi ha fatto fare un giro nel suo tempio.

E questa l’India: interessante, mozzafiato (in tutti i sensi), contrastiva, triste ma anche (e soprattutto) meravigliosa, misteriosa e tanto, tanto colorata.

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