I miei 182 chili di dolore e la paura di pensare al futuro

Era questo il timore mio più grande. Si, perché il futuro mi faceva paura. Il tutto mi faceva paura. Quando sei tanto grassa, ti senti come un prigioniero di te stesso e quando te ne rendi conto, faresti di tutto per liberarti… E avvolte credi di sapere che cosa devi fare; ma non hai la minima idea di che cosa ci voglia per cambiare davvero.

Non ho mai descritto per filo e per segno la strada ciottolosa che ho dovuto percorrere per riuscire finalmente „ad evadere“; e per certo non comincerò ora. Questa vuol essere più una riflessione di due mondi a confronto. Si, perché io ne conosco ben due di mondi. Per intenderci: ne l’uno ne l’altro sono poi questa fantastica realtà, ma in quello dove mi trovo ora, faccio meno fatica. In tutti i sensi.

BEFORE: Qualche chilo fa.

Sono sempre stata la bambina grassa incollata alle vetrine degli alimentari. Quella che ha sempre le dita sporche di cioccolato… Ho esordito subito a prendere peso, credo praticamente quasi subito dopo aver lasciato l’utero di mamma. All’inizio non dava fastidio; ero „una bella pagnottella“, come dicevano in molti.

Poco a poco però, questa zavorra cominciava ad arrecarmi stress e tensione e verso i 20 anni ero dolorante: la schiena mi segnalava che non era entusiasta dei chili di troppo che mi stavo trascinando dietro, inoltre facevo una fatica immane a riprendere fiato. Il peso rendeva ogni movimento uno sforzo massacrante. Spesso pensavo che il corpo mi potesse „abbandonare“. La ciccia condizionava ogni aspetto della mia vita. Mi sentivo e mi vedevo disgustosa. Sapevo di essere la sola responsabile, ma continuavo a mangiare. Ingurgitavo pietanze che non erano salutari per la mia situazione, in più sapevo che chi mi stava attorno mi giudicava… Ma io non volevo sentire ciò che gli altri pensavano. Non m’interessava sentire chi mi faceva la conta delle calorie o la filastrocca dei grassi saturi contenuti in ciò che stavo per divorare. Saputelli… Cagamiracoli! Io volevo mangiare in santa pace, senza essere guardata male o essere criticata e perciò lo facevo (quasi sempre) di nascosto.

In più, questa situazione portava con se lo stigma dell’imbarazzo: la mia corporatura mi rendeva un bersaglio assai facile, ahimé. La gente é molto crudele. Le sentivo le risatine. Sentivo i loro commenti ignoranti. Viscidi. E quante pagine potrei riempire con i vari „complimenti“ ricevuti…Tutti gli occhi erano sempre puntati su di me e non per i motivi giusti. Nei miei confronti tanta intolleranza, un bullismo silente. Interagire con le persone, specialmente maschili, mi rendeva nervosa, a disagio, perché non sapevo mai cosa potessero dire. La persona obesa è quasi sempre considerata un soggetto patologico il cui passaporto registra unicamente peso e colesterolo. Come disse Bruce Guberman: „Tutti sappiamo che l’eccesso di peso è rimasto l’ultimo oggetto consentito di pregiudizio, che i grassi sono gli unici bersagli ammissibili della disapprovazione e dello scherno generale nel nostro mondo politicamente corretto.“

La verità é che non é mai stata, ovviamente, una mia scelta essere grassa. Anche se non ho mai sofferto di qualche patologia metabolica o endocrina, ne tantomeno di ossa esageratamente pesanti. Semplicemente nella grande lotteria della genetica mi é toccato il bigliettino „panzona“. La natura avvolte, non é madre ma „matrigna“.

Eppure minchia (scusate, ma quanno c’é vò, c’é vò), quante diete ho fatto. Quante cure, quanti consigli ho seguito. Quanti rituali ho provato ad eseguire… Quante magie. Bianche, nere, turchesi e ciclamino. Quante preghiere. Tutte quelle che avevo in repertorio. Tante imprecazioni. Tant’acqua. „Bevi, bevi tanto“, mi dicevano. Quanta, troppa energia. Quanto sport. Quante visite mediche. Quanti (pre)giudizi. Quanti rimproveri. Quante lacrime. E soprattutto: quanta poca sensibilità. Perché già, con un donnone così grosso, non c’é assolutamente bisogno di essere delicati.

Ne ho provate di ogni. Ma niente.

Penso che la celebre goccia che ha fatto traboccare il mio vaso si chiamasse LIBERTÀ. Non sopportavo il fatto che il mio corpo decretasse ad esempio, la fine anticipata di una passeggiata, la qualità del mio sonno o che mi limitasse in qualsiasi altra circostanza… Specialmente se a scapito delle mie passioni, quali cantare, fotografare e soprattutto: viaggiare. Sì, perché tutto diventa difficile se sei obeso: il fiato corto quando attacchi con la seconda strofa, o l’abbassarti per un’inquadratura migliore o adagiare il tuo deretano nella poltroncina dell’aereo. Quando il mio peso ha iniziato ad interferire con il mio „spirito libero“ e tutto ciò che esso comportava, non potevo lasciare il mio destino in mano a delle diete iellate e cure che su di me non avevano nessun esito. Ho preso in mano le redini della mia vita decidendo di intraprendere il percorso che mi ha portato all’intervento e al dimagrimento.

AFTER: Qualche etto in meno.

Oggi, sono passati esattamente 4 anni dal mio intervento. Se ci penso mi vengono ancora i brividi. Anche perché fino a quando tu entri in sala operatoria vieni seguita da dottori, chirurghi, il buon Freud reincarnato in qualche zelante psicologo, il foro competente della nasa, apprendisti maghi e tutto il reparto della rava e della fava. Ma quando poi esci dall’ospedale, te la devi vedere da sola…

Cosa faccio ora? Come reagisco alle intemperie della vita? Io ho sempre reagito in una sola maniera. Mangiando. Ansia: Ergo: Cibo. Ma ora non si può più. Il „tutor“ che mi avevano installato nel corpo non avrebbe permesso l’afflusso di ciò che per anni mi aveva consolato. Il mio porto sicuro, la mia tranquillità.

… Come si fa a prendere una vita piena di dolore e lasciarla andare?

Questo testo l’ho scritto tanto tempo fa, quando la mia vita sembrava dovesse andare in un’unica direzione: quella sbagliata. Questi erano i miei pensieri, molto prima di concludere che l’unica via d’uscita sarebbe stato un drastico intervento. E possibile che pensassi sempre e comunque di incappare in un merdone fotonico? Ebbene si.

„Ho paura di passare la mia vita sognando. Che, alla fine non è una cosa brutta, sognare fa bene, però anche il concretizzare di uno di questi sogni sarebbe formidabile. Di più. Fenomenale. Di più. Fuori da questo mondo. Di più. Sarebbe come volare. Sarebbe una melodia armoniosa, una di quelle che fanno bene all’anima. Una di quelle che ascolti quando sei giù e vorresti tanto lasciare il mondo fuori di casa, quella ti fa sentire bene, ti rinvigorisce e ti da un motivo per riaprire la porta e lasciare che il mondo, che la vita sia. Ma melodia non é. Più che altro è una cacofonia. Una disarmonia totale… Perché… Perché quando prendi in faccia così tante porte e poi cerchi di entrare dalla finestra e per il camino, degna di essere premiata come promessa babba natale, e sognare é l’unica scappatoia che ti rimane. Sogni, perché oltre a essere l’eterna inadatta a tutto e tutti, beh, li o ti butti da qualcosa di più alto di un marciapiede o almeno provi a stare in vita, a fare i prossimi 500 km con il pieno che ti ha appena regalato uno di questi sogni… Eeeehhh… „Mi dispiace. Sei troppo… Troppo… Troppo… Come dire…?“ Silenzio imbarazzante. Te la dico io la parola che stai cercando o magari per un eccesso di delicatezza superficiale non dici: GRASSA. BRUTTA. NON FOTOGENICA. TROPPO… TROPPA! Sai, non ho nemmeno bisogno che tu me le dica queste cose. Le so già. Figurati. È una vita che vivo con me stessa e che mi guardo allo specchio. „Ma no, dai. Non prenderla sul piano personale!“, quanto mi fa incacchiare questa frase fatta (fatta col culo) MA LO STAI DICENDO A ME, COME FACCIO A NON PRENDERLA SUL PERSONALE? „No, maaa…“ C’è sempre un MA nella mia vita, sempre un stramaledettismo MA che mi ha sempre messo i bastoni tra le ruote. E mi ritrovo di nuovo li, quella brutta impressione di trovarmi sempre al punto di partenza. Come in uno di quegli incubi dove corri, corri, ma non ti muovi mai…“

Ed é per questo che dovevo riprendere possesso della mia vita. Dovevo imparare a vivere il presente. Lo dovevo sopratutto a me stessa. E così, passettino dopo passettino ci sono riuscita… Passettini che con il tempo sono diventati sempre più veloci. Non sono più ferma. Anzi. Ad un certo punto sembravo Mammolo che aveva preso troppe vitamine. Riuscivo a camminare senza ansimare per ore, a dormire in modo sano e senza andare ripetutamente in apnea. Riuscivo ad allacciarmi le scarpe senza fare delle strane capriole per arrivare alle scarpe. Ho scoperto nuove passioni apparentemente superficiali, come la moda e la mia predilezione per i vestiti e gonne.

Ho scoperto che IO andavo bene. Il modo di vedermi, di concepirmi. Prima mi ritenevo una persona debole ed incapace. Mi ero lasciata andare. Tanto. Troppo. Ma ho scoperto che non c’è niente che non possa fare se voglio farla.

Advertisements