visite notturne

okay. ragazzi. no. cioè, l’altra notte mi sono cagata addosso senza bisogno del bifidus o dell activia della marcuzzi.

ore 22. mi metto a nanna. ero lì… pronta ad essere accolta tra le braccia di morfeo. stavo fluttuando tra questo mondo e quello dei sogni. e ci sarei anche arrivata… ma… all’improvviso sento la porta dell’entrata aprirsi lentamente. avverto un brivido corrermi lungo la spina dorsale al pensiero di non essere più sola in casa. un atmosfera dario-argentesca. mi giro nel letto che dà sull’ingresso e quindi si, riesco a vedere chiaramente la porta d’entrata schiusa. shock. chi va là? sono letteralmente pa-ra-li-zza-ta. cosa si fa in questi casi? dò subito di matto o cerco di raccogliere un po’ di buonsenso e affrontare questa situazione agghiacciante? non riesco a pensare. mi incito a riflettere, ma niente, sono saltate tutte le valvole celebrali e assolutamente non riesco a connettere. quindi faccio l’unica cosa che ogni donna a 35 anni fa, quando ha paura: chiamo la mamma. si. ho pensato bene di far sentire al malfattore che non ero sola, ma che c’era anche la mia mamma! tanto lui che ne sa che lei é anche meno coraggiosa di me e non solo dopo aver detto tutte le preghierine di rito, avrebbe balbettato frasi sconnesse dall’ave maria in latino alle sue volontà testamentarie, ma le sarebbe venuto anche un egregio coccolone. io invece oltre a chiedere aiuto a tutti i santi che conosco grazie alle litanie, stavo incominciando a scrivere il mio epitaffio e necrologio.

ma purtroppo non potevo ne pregare, ne far finta di niente in eterno. e, nel limite delle mie capacità di intendere e di volere, avevo capito che prima o poi lui si sarebbe accorto che mamma non accorreva. comunque, in quella situazione angosciosa non ci volevo rimanere manco un secondo in più. quindi do il primo input al cervello e con una voce grossa (n’somma… c’ho provato) lo intimo ad andarsene subito… poi scomodo un secondo neurone in modo che mi aiuti a far muovere braccia e gambe e coraggiosamente (ma pregna di fifa, fifatevi… ehm… fidatevi) mi alzo dal letto, m’infilo le pantofole (oh, almeno facevo bella figura nascondendo i miei calli raccapriccianti) e stoica mi appresto a presentarmi al cospetto del farabutto che era entrato nella mia umile dimora senza un mio invito.

ÄÄÄÄÄÄÄÄÄÄÄÄÄÄÄÄHHHHHHHH

grido. accendo le luci, mi guardo attorno (o mi sono guardata attorno e ho acceso le luci, sono indecisa)! ma niente. nessun pirata, bandito o criminale nei paraggi. mi assicuro che non sia clandestinamente sgattaiolato in qualche altra stanza, ma prima mi munisco con la prima „arma“ che mi capita tra le mani: un’attaccapanni. di plastica. si. beh. però schiaffato in faccia al punto giusto poteva fare pure male, no?! chissà magari ne usciva con un ferocissimo graffio o ematoma… non ho più nemmeno i miei coniglietti da tirargli addosso, che anche se erano nani avevano le zampotte nervosette e non una volta mi hanno graffiato lasciandomi dei simpatici mandala sull’avambraccio!

appurato che non ci fosse nessuno, faccio per SPRANGARE la porta e mi rendo conto che non avevo chiuso a chiave prima di andare a letto. il forte vento che soffiava quella sera, ha fatto sì che la porta si spalancasse innanzi a me per regalarmi una suggestiva notte da brivido.

PS: mi hanno consigliato per la prossima volta (anche no) di non chiamare la mamma, ma „RAMBO“ o „ROCKY“ fingendo di possedere un mastino napoletano o levriero irlandese. mah. certo che se il cane, che di solito sente scoreggiare uno scoiattolo a mille miglia di distanza (facendo sempre una gran caciara), non riesce a fiutare l’imminente sopraggiungere del mariolo, decisamente mi serve a poco. meglio mamma che al limite spolmonandosi avrebbe attirato l’attenzione di qualche sonnambulo o tiratardi.

Urban life

Ein Auge hast du bereits aufgemacht. Komm, noch der andere und dann bist du wach… Oder so ähnlich. Ich versuche mich in Selbstüberzeugung um an diesem Donnerstag Morgen aus dem Bett zu kriechen! Es ist ja schon Donnerstag. Komm! Es könnte schlimmer sein. Es könnte regnen. Regengeräusche aus dem offenen Fenster. Okay, Scheissbeispiel! :S Es könnte Spinnen regnen! IIIIIIGIIIIITTTT… Nein, das doch lieber nicht! Okay, okay, ich stehe freiwillig auf! So, Morgenprogramm durchführen, Waschritual, doofer Ohrwurm-vom-Vorabend-Gepfeife, Anziehen (ja, ja, egal… es ist Donnerstag und es schüttet). Und… Ready! Mehr oder less…

Bus.

(Immer noch dieses pfeifen… Scheiss-Song!)

Bahnhof

Super. Und jetzt. Kaffee. Ja… Kaffee ist genial. Göttlicher Nektar. Bitte Kaffee!

Wo ist ein Kaffee-Dealer? Hmmm… Da. Als ich in die Bude einmarschiere ist sie fast leer. Fast. Ein alter Mann sitzt da ganz alleine in einer Ecke und schaut ziemlich fürchterlich aus der Wäsche raus. Ja, er war sehr tolkienesque veranlagt. Ich schaue ihn kurz an, einfach so aus reiner Neugier. Und er? Er tut das, was jeder 60-jähriger-Mann tut. Nein, er grüsst oder verneigt sich nicht, er macht auch nicht Hallo mit der Tatze. Nein, dieser Herr (der wirklich eine absurde Ähnlichkeit mit Balin hatte), ja dieser Herr streckte mir seine hässliche Zunge raus. Ooookay… Geh einfach weiter… Einfach so tun als ob es du nicht gesehen hättest. Vielleicht habe ich mir das wirklich nur eingebildet. Ich versuche jegliche, böse Gedanken und Einflüsse von mir abzuwenden und konzentriere mich auf das Wesentliche: Kaffee. Ich bestelle meinen Cappuccino und warte bis das nette Fräulein hinter der Theke laaaaaangsam aber seehehr präzise ihr Meisterwerk auf mein Getränk „mölelet“.

Mittlerweile hat der hämische Zwerg seinen Platz verlassen und läuft auch schon an mir vorbei. Ignorieren. Nicht anschauen. Aber auch das apotropäische Ritual von vorher nützt nicht: Beim vorbeischleichen flüstert dieser Herr mir sanft zu: „SAUMORE!“

O.K.

Ich werde jetzt einfach an wunderschöne, kleine, samtweiche und kuschelige Katzenbabies denken und das Cappuccino-Glanzstück schlürfen und ganz fest versuchen ihn wegzudenken… Ja, diese Gedanken dürfen auf keinen Fall meinen Hippocampus erreichen: YOU SHALL NOT PASS!

Das Leben könnte auch mal hochherzig sein und wenn schon ein Fabelwesen, dann ein Einhorn oder einen Prinzen inklusiv Rollen, ehhhmmm… Schimmel (also einen Gaul, nicht einen Pilz) mit meinem Frühstück servieren und keinen Troll *würg*

And they all lived happily ever after (?)

Vita da pendolare.

Lunedì mattina (la premessa dice tutto).

In treno.

Entra un bel fustacchione. Non bellissimo, più un „tipo“, uno di quelli che piacciono a me insomma. Un „non-bello“ o comunque uno con un dettaglio imperfetto (almeno agli occhi della società ma non agli occhi della sottoscritta, che trova queste imperfezioni degni di venerazione)!

Beh, insomma… Ogni tanto rischio una sbirciatina, anche perché, come premesso, essendo un lunedì, avevo le mie mille paturnie! *mattinata uggiosa del cacchio*

Quindi ho pensato bene di rallegrare la mia giornata guardando quello che la vita mi offre (almeno quello…) Usciamo tutti e due alla stessa stazione.

Lui mi fissa e incomincia e prende fiato. „O MIO DIO, O MIO DIO“, penso tra me e me. Forse, foooorse… Chissà… E-ancora-non-riesco-a-finire-di-pensare-quello-che-mi-sarebbe-piaciuto-pensare-si-potesse-avverare, che lui mi tronca le gambine dicendomi:

„Guarda, che non c’é trippa per gatti. Non sei il mio tipo!“

Rimango un tantino allibita, ma più che altro perché lui, il cretinoide, si é rivolto a me in italiano… No, dico: c’é l’ho stampato sulla fronte? Vabbé… Intanto la mia faccia, velata di un lieve disappunto, é in modalità „freeze“ e oltretutto perdo la padronanza temporanea del mio apparato locomotorio. Ma per fortuna mi riprendo subito e penso alla mia prossima mossa. Dunque. Cosa potrei dire o fare, per farlo sentire un’ebete qual’é? Potrei dire: „Beh, sai cosa c’é? C’é che nemmeno tu sei tantissimissimo il mio tipo. E il motivo per il quale ti stavo fissando é perché avevi il mocio del naso… Tra l’altro: é di un colore improponibile.“

Ma a chi la do a bere? Certo che lo guardavo, ma mica m’immaginavo già fiori d’arancio! Era un semplice sguardo da “wow, che figo, grazie per avermi addolcito l’amara pillola dell’inizio settimana„ e se nn fosse stato talmente fesso, avrebbe afferrato il complimento. E invece, l’incantesimo é svanito appena ha aperto la bocca per fare arieggiare le tonsille.

Sai che ti dico caro il mio “bel” sconosciuto? Sarai pure carino, ma mi é calato talmente il latte da quando hai proferito verbo, che la mia prole la dovrò nutrire col latte in polvere… E quindi la prossima volta, sarò io a non degnarti di uno sguardo. E no, magari non sono il tuo tipo, per carità, ci stà, ma sono comunque una signora e non ti dico dove dovresti andare a farti un bel giro, brutto sacco di supposte!

L’amore che io non ho

“Secondo la mitologia greca, gli umani originariamente furono creati con quattro braccia, quattro gambe e una testa con due facce. Temendo il loro potere, Zeus li divise in due parti separate, condannandoli a trascorrere le loro vite a cercare l’altra loro metà.”

– Platone

c’é chi lo chiama dannazione chi lo maledice a vita, chi pensa che senza vivrebbe meglio, chi invece proprio non ne può fare a meno ma é costretta a pazientare perché – a quanto pare – non é ancora il momento giusto… il momento giusto…

socrate diceva che amare è desiderare ciò che non abbiamo a differenza del bisogno è una radicale insoddisfazione ma anche ricco di risorse fecondo non nel possesso bensì nella creatività e pertanto fonte di novità imprevedibile… i biologi lo definiscono “altruismo incondizionato”. nietzsche pensava che “quel che si fa per amore è sempre al di là del bene e del male.” mentre lui il grande oscar ha scritto che il cuore è stato fatto apposta per essere spezzato. in migliaia hanno provato a cantarne le lodi o a criticarlo… non pochi registi hanno fatto l’impossibile per farci emozionare davanti ad un film strappalacrime. sommi poeti, grandi uomini e donne hanno cercato di comprenderlo in parole… ma non penso sia mai stato ne sarà mai possibile comprenderlo.

l’amore ha mille sfaccettature: c’è l’amore che solo una mamma può dare, i più fortunati hanno l’amore incondizionato dei propri genitori, c’è l’amore fraterno, l’amore che si prova per un amico o un amica, l’amore platonico, poi si può amare la nonna o il nonno, la zia preferita, la cugina che senti come una sorella… e poi perché no? si può amare il proprio cane, il proprio lavoro, la casa, il giardino, il proprio hobby… e poi c’è lui: l’amore passionale. quello per il proprio ragazzo / la propria ragazza, il partner, marito, moglie, compagno o compagna che sia…

si, insomma, quello che ti fa dimenticare tutto perfino di respirare perché é proprio di quei momenti che vivi. quello che non ti fa mangiare, quello che ti far stare bene, sopra le nuvole e di più, quello che ti fa volare “over the rainbow“, quello che è tutto fuochi d’artificio, pensieri e parole, quello che ti fa diventare un cercopiteco gigante e un deficiente viandante, quello con gli occhiali rosa e le farfalle nello stomaco… ma è anche quello che alla fin della fiera e se ti va male, trasforma codeste farfalle in colite e gli occhiali tramutano da rosa in tinta merda… quello che ti butta a terra, ti sputa addosso, ti spezza il cuore in un miliardo e mezzo di pezzi e poi non contento ti fa piangere lacrime amare. quello che se non stai attento ti rovina per la vita e se invece ti va bene resterai per sempre segnato con la cicatrice sul cuore e soprattutto nell’anima. cercherai di nascondere il tuo cuore e a proteggerlo da ulteriori soprusi. con l’amore certo devi fare i conti con la paura, la strizza, l’angoscia, tante domande, c’é bisogno di un illimitata pazienza. ma comunque una tonnellata di pensieri ti travolgeranno e ti danneranno l’esistenza come a me, persone insane di mente che si fanno una cascata di pensieri e film inutili. eppure andiamo per il mondo cercando proprio tutto ciò… lo vogliamo. lo esigiamo. e nel 99% dei casi lo troviamo. l’altro 1% comprende me.

no non mi sto piangendo addosso. just facts. è solo pura e sana verità… si, magari c’é ne avrò messo del mio… ma di che mondo in mondo tutti belli e brutti, grandi e piccoli, bianchi e neri, grassi e magri anche quelli tarchiati a più non posso, tutti loro trovano almeno per un pezzetto di strada qualcuno che gli accompagni… una persona che ti appartiene che ti viene dietro perché sei la sua altra metà ed esalta in te proprio quello che tu andavi cercando. e li. più o meno. vicino a te. anche no. però c’é. andate d’accordo. il più delle volte.

c’è chi mi dice di non aver fretta, che non ci sono limiti di tempo per questo tipo di cose. di stare tranquilla che non mi perdo niente. pensano di consolarmi dicendo che sto bene sola… „così fai come vuoi, no?!“ si. certo! e magari lo dicono mentre scrivono alla loro dolce metà che sono contenti di tornare a casa il più presto possibile…

di solito parlano quelli, che in questo campo non hanno dovuto combattere così allungo, quelli che a 16 anni hanno avuto il primo fidanzatino, diventando maggiorenni poi, hanno avuto altre prime esperienze. di solito danno aria ai polmoni quelli non sono mai soli. MAI. quelli che ritornano a casa in macchina insieme, magari litigando per qualche caspita di motivo, ma che però poi svanisce durante la notte. o anche no. ma anche si. parlano quelli che magari vivono o hanno vissuto insieme alla loro dolce metà, facendo a pugni se mettere le tende gialle o no… facendo progetti, da quelli piccoli, a come passare il weekend a se costruire insieme un matrimonio, una casa, un futuro… parlano quelli che insieme vanno a cena da amici. quelli che vanno insieme a ballare, ai concerti, al cinema, i più colti anche a teatro e a museo… sempre essendo in sintonia. o no, avvolte anche no. quelli che fanno scena muta per ore e  poi si riconciliano con intime effusioni. quelli che hanno il grande culo di stare insieme allungo si fidanzano, poi si sposano e coronano il loro matrimonio con un figlio. o due. o tre… facendo in tre, in quattro o in cinque quello che le famiglie fanno: vivere. insieme. o no. ma pur sempre appartenendosi l’un l’altro…

parlano quelli che vanno a fare la spesa insieme pensando cosa mangiare la sera, quelli che cucinano insieme, non trovandosi sul come condire la carne o l’insalata. parlano quelli che quando hanno mal di pancia o magari starnutiscono una mezza volta, bene o male hanno una lei o un lui che comunque sono li, anche se è solo per dargli dei consigli o il fazzoletto (sporco).

quelli che ritornando a casa il giorno del proprio compleanno trovano qualcuno che gli ha preparato la cena (anche se in cucina sembra essere scoppiata la terza guerra mondiale) oppure gli ha preparato il regalo ben disposto sul tavolo o sul letto… parlano quelli che vedono il frutto del loro amore chiamarli mamma o papà… parlano quelli che quando hanno delle giornate no, un supporto c’é l’hanno (anche se avvolte lui/lei è troppo pirla per capire quello che serve in quel momento, ma che si perdona subito perché comunque qualcosa di adorabile la dice o la fa, qualcosa che seppure piccola in quel momento fa un gran bene, e serviva proprio) parlano quelli che poi quando la prima arrabbiatura gli é passata, pensano: ma quanto lo/la amo?! quanto sono felice di averlo/di averla nella mia vita?

parlano quelli che qualcuno per scornarsi c’é l’hanno. che hanno vissuto almeno un amore

bello,
burrascoso,
fantastico,
brillante,
merdoso,
con mille difficoltà,
ma pur appartenendosi,
andando alle feste insieme…

STOP.

qualcuno dirà: beh, guarda che non è sempre rosa e fiori (ma anche essere una single ergastolana non é il massimissimo). la vita di coppia è molto faticosa avvolte, bisogna fare compromessi, mettere da parte le proprie esigenze e quel cazzo di orgoglio che ti è stato tramandato col DNA. la tv non è più tutta tua. e vogliamo parlare dei calzini distesi senza vita a destra e a manca? guarda che se ci vai vicino lasciano senza vita anche te! e quella cazzo di tavoletta non viene mai abbassata… discussioni interminabili del perché o per come e milioni di rimproveri, accuse e magari ci si rinfaccia questo o quello. ci si affligge e magari avvolte non si può evitare l’inevitabile…

si, lo so che questo fa parte della vita. certo. eppure… se lui o lei manca durante il giorno o la sera o la notte mentre siete a letto… come vi sentite? siate sinceri… magari mentre leggete queste mie parole vi é arrivato un suo messaggio che vi dice „che c’é per cena?“ oppure i più romantici ci si salutano ogni tanto con un „ti penso“ „ti amo“… „mi manchi“… ma anche un „aòò… ma sei sicura che l’hai pagata la bolletta?“ fa simpatia (no!?) si,

ebbene si, „carissimo”… sono solo 84 anni che siamo insieme e ancora non hai imparato a fare la fila alla posta quindi ci penso io (anche se non avrei niente in contrario a stare al buio di tanto in tanto, così ci scapperebbe una cenetta romantica al lume di candela – LOL)

e sì lo ammetto: amo la libertà. il mio spazio è sacro santo per me. di aria per respirare me ne serve tanta… ma che me ne faccio di tutta st’aria se non vale la pena respirare? quanto mi piacerebbe vivere una volta col fiato sospeso sapendo che qualcuno sta facendo la stessa cosa per me.

non lo so come si chiamano quei spazi di tempo tra un secondo e l’altro ma io penso sempre A UN LUI in quegl’intervalli: mi manca profondamente, in modo smisurato, terribilmente… tanto che di notte me lo sogno in colori che non esistono. quanto mi sarebbe piaciuto condividere i momenti prima dell’operazione con LUI, oppure anche i momenti durante o dopo… che bello sarebbe stato vivere con LUI il natale, il capodanno… un capodanno in 35 anni… quanto sarebbe stato fico e dannatamente importante trovarlo davanti casa con un fiore in mano ritornando dal dottore che ti ha detto che devi farne un’altra di operazione. niente di grave certo, ma grave abbastanza per farti innervosire come una bestia con te stessa e con il tuo corpo che non funziona mai come dovrebbe. come mi piacerebbe trascorrere una volta un san valentino che si rispetti… ma anche qualsiasi altro giorno sarebbe bello a dividerlo con LUI. viaggiare insieme. fargli vedere perché mi sono innamorata di londra e di tutte le sue sfaccettature. perché la vita una volta non può fare uno strappo alla regola e sorprendermi…?

ho scritto tutto questo pezzo qualche tempo fa. mi rendo conto che emana una percezione negativa che ho nei confronti di questo lunatico sentimento. ma, nonostante tutto credo ancora nel principe azzurro a cavallo del suo destriero… o sinistriero (certo che non appena ritrova la via smarrita da secoli, gliene canto quattro…)

„La fame d’amore é molto più difficile da rimuovere che la fame di pane…“
– Madre Teresa di Calcutta

In ufficio… Capitolo secondo (parte prima)

Ma ppppppooooooorca di quella grande bagascia lurida, pelosa e antipatica… Come si fa ad essere così maldestri dico io? Ma tra tutti i talenti, perché a me é toccato quello dell’essere imbranata a livelli incommensurabili?!

Sono appena arrivata in ufficio (amorevolmente chiamato: “er bunker”) e entro in ascensore…

1. Piano: eccolo lo specchio del terrore… Sono 15 anni che mi ci specchio ogni mattina appena arrivo e penso sempre la stessa cosa: „o mio dio! e io sono andata in giro COSÌ?!”

2. Piano: Che pallleeeeee… Sembra di dover arrivare nell’anticamera dell’inferno ogni giorno! Che du coglionazzi… Anche se oggi é venerdì… Sì, ma sono sola. Quelle due befane delle mie colleghe barra amiche barra consigliere di vita, nonché compagne di di merenda non ci sono e io devo scaldare la sedia fino alle 17:30, ma perché? PERCHÉ?! *tonodivoceshakespearianaeconardoredamelodrama*

3. Piano: ECCOMI! Fammi girare altrimenti se si aprono le porte e mi vedono che mi squadro cosi attentamente allo specchio e allo stesso momento insceno la morte del cigno dal delirio di dover passare questa giornata inutile in solitudine, mi prendono per i denti e mi portano alla neuro di corsa.

Okay… Usciamo… Menomale… Non c’é nessuno… Dai, muoviti. E facile, un piede davanti all’altro e sono fuori dall’ascensore… Ma no, la sottoscritta non riesce manco in questo. Na maccherona nata: faccio per uscire, ma aggancio l’asola del pantalone alla sbarra che si trova all’interno dell’ascensore e siccome sono „delicata“ e „leggiadra“ come un elefante in tutù mentre ha le doglie e dal dolore si dimena come una balena nella rete dei pescatori di sarde, nell’invano tentativo di liberarmi…

*streeeeeeeeeeeeeep*

(un suono molto famigliare al mio padiglione auricolare)

La cucitura all’esteriore della gamba destra cede e rimango con uno spacco nei pantaloni… Aaaaaaaaaaaah… Ma come si fa? Dai, forse ho lanciato una nuova moda: invece dello spacco alla gonna, un bello spacco al pantalone?

No, più che altro mi spaccherei la testa, visto che é marcia! „Ma daiiii… Non é grave!“, penserà qualcuno. Lo é invece… Lo é! Passerò tutta la giornata a tirarmi giù la maglia almeno ogni cinque secondi per paura che si possa scoprire il portone a questa “bellavista” e qualcuno ne potesse rimanere gravemente ferito, scioccato o gli potessero crescere dei melograni sotto le ascelle dal terrore!